Iran, 19 marinai morti per fuoco amico nel golfo dell’Oman

ANCORA UN GRAVE incidente per i militari iraniani. Dopo l’abbattimento per errore a gennaio di un aereo di linea che decollava da Teheran (176 morti), domenica la marina iraniana ha colpito e affondato una sua nave-supporto durante un’esercitazione a fuoco. Nell’esplosione sulla “Konarak” sono morti 19 marinai e altri 15 sono rimasti feriti. La nave era troppo vicina al bersaglio (oppure lo trainava) che serviva per l’esercitazione navale. Fuoco amico, quindi. La fregata “Jamaran” avrebbe lanciato un nuovo missile in fase di test, e l’ordigno invece di dirigersi sul bersaglio ha colpito la nave appoggio, facendo strage di marinai. A Teheran stamattina all’inizio le autorità hanno ammesso l’incidente parlando solo di un morto. Più tardi la Marina ha preferito dire tutta la verità, ammettendo la perdita di 19 marinai e confermando che è stata avviata un’inchiesta per capire cosa sia successo.

L’Iran, e in particolare i suoi militari, sono sotto pressione da mesi. In gennaio l’incidente all’aereo di Ukrainian Airlines avvenne anche per lo stato di tensione dopo l’uccisione a Bagdad del generale Qassem Suleiman. Un errore che i pasdaran per 2/3 giorni provarono a coprire. Polemiche politiche sono serpeggiate in queste settimane perché i pasdaran e i militari hanno provato a impossessarsi della gestione della crisi-coronavirus, creando sospetti e proteste. Adesso questo episodio di “fuoco amico” nel Mare dell’Oman, all’imbocco del Golfo Persico, in una zona in cui da anni la marina iraniana tiene le sue esercitazioni.

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Sui media e i social iraniani le notizie dell’incidente hanno provocato critiche a valanga. “Sparare sui nostri obiettivi, militari o civili che siano, in un lasso di tempo così breve non è un errore umano: è una catastrofe”, scrive il giornalista riformista Maziar Khosravi. Ma anche esponenti conservatori accusano il colpo: “Questo incidente è molto doloroso per tutti noi”, scrive Mohammad Razavi, uno “spin doctor” che affianca molti esponenti politici della destra.

La Jamaran, la fregata che ha lanciato il missile, è uno degli orgogli della flotta militare iraniana: è una nave costruita quasi interamente con prodotti della tecnologia iraniana, inaugurata nel 2010 con una visita a bordo dello stesso ayatollah Alì Khamenei, la guida sprema dell’Iran. L’incidente navale avrà  delle ripercussioni politiche nel confronto con gli Stati Uniti. Da mesi, per reagire alle sanzioni economiche pesantissime che strangolano l’economia iraniana,  Teheran ha deciso di alzare la sfida militare nel Golfo. L’idea è di far capire agli Stati Uniti e ai loro alleati (innanzitutto Arabia saudita) che c’è un prezzo da pagare per lo strangolamento economico dell’Iran: la mancanza di sicurezza nel Golfo Persico.

Una sfida pericolosissima, che facilmente potrebbe sfuggire di mano. Teheran da sempre ha avuto grande capacità di interdizione nel Golfo Persico: dai barchini dei pasdaran capaci di colpire petroliere in transito, a navi posa-mine in grado di rilasciare ordigni, a unità navali impegnate ad ostacolare il passaggio di unità militari americane. Per arrivare all’attacco con droni e missili cruise lanciati in Arabia Saudita il 14 settembre del 2019 contro due installazioni petrolifere strategiche per il grande rivale arabo degli iraniani. Il punto più alto della sfida militare iraniana agli Usa. Un passaggio pericolosamente vicino a una guerra aperta.

 



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