Italia in tilt sui fondi Ue Ma Gualtieri insiste: “Non abbiamo fretta”

Il commissario Gentiloni: “Aiuteremo i Paesi a scrivere i loro piani”. Ministri in trincea

L’Ecofin, il consiglio europeo dei ministri delle Finanze svoltosi ieri a Berlino, ha messo a nudo tutte le difficoltà dell’Italia in sede comunitaria sia sul tema Recovery Fund che su quello, molto più spinoso, del Mes. A evidenziare l’impasse sui 750 miliardi di sussidi a fondo perduto e di prestiti è stato proprio il commissario Ue agli Affari economici, Paolo Gentiloni, che ha esordito dichiarando che la Commissione «presenterà una comunicazione sulla Recovery and Resilience Facility, per aiutare gli Stati a stendere i loro piani nazionali». Un escamotage per evitare sprechi all’italiana, ma anche per far sì che i frugali (Olanda in testa) non si mettano di traverso, bloccando tutto con il pretesto del mancato rispetto dello stato di diritto in Polonia e in Ungheria.
Non a caso l’ex premier ha ripetuto che «se l’Italia ne userà diverse decine per ridurre le tasse, questo non sarebbe considerato il modo migliore per andare nella direzione che la Commissione auspica». Un caveat molto severo che, tuttavia, non ricomprende gli sgravi contributivi per il Mezzogiorno o quelli che il ministro del Lavoro Catalfo vorrebbe introdurre per facilitare l’inserimento dei giovani e dei disoccupati riformando gli ammortizzatori sociali. Ma su tutto il resto c’è una gran confusione: basti pensare che il quaderno dei desiderata del ministro dello Sviluppo, Stefano Patuanelli, tra digitalizzazione, banda larga, green economy e Industria 4.0 vale circa 150 miliardi sui 209 miliardi a disposizione del nostro Paese. Senza contare che ci sarebbero anche la riforma fiscale a costo zero propugnata dal Tesoro (cioè sgravi per i redditi medio-bassi a spese di quelli più elevati e delle aziende) le priorità infrastrutturali del ministro De Micheli, ivi incluso il Ponte sullo Stretto con la fantomatica pista ciclabile.
Un caos talmente generalizzato da spingere i colossi di Stato a far da sé: qualche giorno fa il direttore Public Affairs dell’Eni, l’ex viceministro Lapo Pistelli, ha incontrato i vertici della Cdp per fare il punto sugli investimenti green effettuabili con il Recovery Plan.
Ecco perché qualche giorno fa il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, ha dichiarato che «vorrei avere un piano fatto molto bene che ci sia quando deve partire piuttosto che affrettare una cosa e tenerlo poi nel cassetto per due mesi». Un concetto ribadito ieri. «Interverremo su molti nodi strutturali per rimettere l’Italia su un sentiero di crescita», ha spiegato Gualtieri cercando di tranquillizzare l’establishment nel giorno in cui Isabel Schnabel, componente tedesco del consiglio direttivo Bce, ha invitato i governi a prendere degli impegni «credibili» per riguadagnare spazio fiscale una volta che l’economia recupererà dalla crisi.
L’obiettivo è reintrodurre le clausole del Patto di Stabilità, ora sospese causa pandemia, dall’anno prossimo. Gentiloni ha cercato di porre un freno, affermando che «a fine 2021 non tutte le economie Ue si saranno riprese». E su Gualtieri c’è un’altra spada di Damocle pendente, brandita dal presidente dell’Eurogruppo Donohoe (sostenuto dai frugali): la riforma del Mes che prevede l’intervento del salva-Stati per le ricapitalizzazioni delle banche in crisi con conseguente ristrutturazione che potrebbe coinvolgere i titoli di Stato in portafoglio. Un bell’assist al partito trasversale italiano contrario all’utilizzo dei 37 miliardi del Mes per la sanità.


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