Jingge Dong e le Città invisibili a Padova

PADOVA – “Il colore è come la parola, che poi si combina con gli altri elementi, mentre la forma è come un pensiero logico. Senza questo il colore è solo colore. Non riesce a costruire una frase”. La particolarità di queste parole e dell’opera di Jingge Dong, è che nel suo uso del colore è palpabile la correlazione tra due mondi che si incontrano in un sentire per nulla astratto: Italia e Cina.
    “In ogni mio lavoro – aggiunge – si vede un mondo astratto, molto fantastico, un mondo molto irreale, però tutti gli elementi, tutti i dettagli, sono provenienti dalla realtà, da ciò che ho dentro, da ciò che ho visto”. E’ per questo che la mostra di Jingge Dong, dal 10 al 27 settembre alla Libreria Minerva di Padova, trae il titolo da Le città invisibili di Italo Calvino: ”SENZA PIETRE NON C’E’ ARCO”. La mostra, sapientemente curata da Roberto Nardi, propone una serie di lavori su carta, con tecnica mista, e appunto nasce dall’ispirazione di un dialogo tra il Kublai Kan e Marco Polo, nel più orientale dei libri di Italo Calvino, nell’incontro tra Oriente e Occidente, che è nella sostanza della vita di questo giovane artista. ”Undici dipinti – spiega Nardi nel catalogo – su carta, inediti, compongono una prima sezione; tanti quanti le parti per le 55 “città invisibili” nel libro scritto nel 1972 da Italo Calvino. Altre undici, di formato più piccolo, le opere su carta racchiuse in cartelle.”.
    Dong è da anni residente a Venezia, ed è tra i protagonisti della nuova stagione della pittura che ha trovato nella città lagunare, in particolare nell’atelier dell’Accademia di Belle Arti seguito dal prof. Carlo Di Raco, uno dei suoi punti di maggior sviluppo creativo. Qui alla Libreria Minerva, che ha scelto di presentare un ciclo inedito di lavori su carta: una ventina quelli in mostra e realizzati appositamente per il progetto a cura di Roberto Nardi, ispirati alle città dai nomi di donna. Tratto occidentale per colori, dal rosso, all’azzurro, al terra, che affondano le radici nella pittura orientale.
    “Colori, pennellate, linee, punti: uso questi elementi come pietre” dice l’artista ma con l’obiettivo di trasformarli in ”arco”, ovvero trovare un punto d’incontro nella più immaginaria delle forme: ponte, arcobaleno, arma capace di lanciare a grande distanza. ”Il colore è come la parola – dice ancora Dong -, che poi si combina con gli altri elementi, mentre la forma è come un pensiero logico. Senza questo il colore è solo colore. Non riesce a costruire una frase”.
    Insomma, come chiosa bene Nardi: ”Il punto è un altro. Le suggestioni, le affinità, i rimandi, le tracce, vanno forse cercati in una dimensione che tocca il reale e si inoltra nell’irrealtà. C’è da scavare in quel campo del farsi arte dove il sentimento, il ricordo, l’elemento che compone il concreto, si struttura, si confonde, si dissolve nel “pensiero logico” che regge armonicamente il non reale che da corpo al dipinto su carta, alla tela, alle recenti sculture”. (ANSA).
   


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