La faida della sinistra impopolare

Che a sinistra mediamente non siano dei simpaticoni è una cosa ben nota ai lettori del Giornale e alla tradizione dell’anticomunismo

Che a sinistra mediamente non siano dei simpaticoni è una cosa ben nota ai lettori del Giornale e alla tradizione dell’anticomunismo: Guareschi disegnava sempre il comunista come l’uomo che non ride mai. Convinti del contrario, perché persuasi di essere i migliori, qualche anno fa Luca Ricolfi cercò di spiegare ai progressisti che l’antipatia nuoceva loro: tanto che le elezioni le hanno vinte veramente solo una volta, nel 1996. Simbolo di quest’antipatia è senz’altro Massimo D’Alema, che incarna meglio di tutti la spocchia, l’alterigia, il senso di superiorità, l’arroganza, però visibile anche in più o meno tutto il tipo antropologico dell’uomo sinistro, soprattutto se di provenienza comunista. Il libro di Ricolfi era del 2005, quando Renzi muoveva i primi passi ma si può dire che nella sua ascesa egli ne tenne conto e cercò di trasformare il Pd e il suo leader in un agglomerato simpatico, e anche per questo se la prese con D’Alema, soprattutto come simbolo. Poi anche Renzi, nella sua rapida parabola, è finito per essere antipatico, anzi, come titolava nel 2018 l’Espresso, non un settimanale di destra, «il più odiato d’Italia»: benché l’antipatia di Renzi sia di grana diversa rispetto a quella di D’Alema. Ora siccome nella politica italiana nulla si crea e nulla si distrugge (non si butta via nulla) i duellanti Massimo e Matteo, nel frattempo entrambi scissionisti dal Pd, anche se in formazioni diverse, oggi battagliano su chi dei due sia più antipatico e impopolare. Uno scontro tra titani, si potrebbe dire, cominciato da D’Alema in un’intervista al Corriere della sera, in cui uno dei presidenti del Consiglio più invisi della storia recente accusa un collega riuscito a coalizzare contro di sé il 60% degli italiani, di voler scalzare Conte. L’uomo più impopolare d’Italia, Renzi secondo D’Alema, non dovrebbe osare toccare l’uomo più popolare, che sarebbe Conte. Gli indici di popolarità dei leader sono utilizzati dalla sondaggistica e valgono per quello che valgono, cioè poco: Berlusconi non ne risultava per anni quasi mai in testa e poi vinceva sempre le elezioni. Però qui siamo al classico asino che accusa il bue di essere cornuto. E soprattutto tutto ciò indica un’interessante mutazione antropologica della sinistra; al posto dei voti (da prefisso telefonico sia per D’Alema che per Renzi) e delle idee, una bella gara di popolarità con palette alzate, tipo la Corrida di Corrado? Ma purché si possano anche lanciare pomodori e uova marce.


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