“La lezione d’amore dei nostri genitori. Così hanno affrontato la malattia”

“In questi giorni in cui tanti piangono i genitori senza neppure averli potuti salutare, noi siamo stati dei privilegiati. Mamma è morta a casa, tra le nostre braccia come aveva scelto, sedata.  I nipoti in giardino, papà sempre accanto giorno e notte. Abbiamo vissuto tutta la sua malattia insieme, col corpo giorno dopo giorno sempre più imprigionato dalla paralisi sopranucleare, e i ruoli che cambiavano, si  alternavano tra di noi: un giorno figlie e l’altro madri, ma senza che lei perdesse mai la sua straordinaria capacità di farci sentire accolte, accettate”.
 
Giulia e Anna Ichino. Gruppo di famiglia in un interno per raccontare la  costruzione di un amore,  la storia di una malattia e di una famiglia intrecciata, nutrita da impegno e condivisione, ascolto e passioni. “Non ho solo una memoria di sofferenza: è stato forse il periodo più ricco e intenso di tutto il nostro matrimonio” ha scritto nel suo sito il loro papà, Pietro Ichino, uno dei più grandi giuslavoristi italiani, parlando degli ultimi difficili anni accanto alla sua Costanza.

La malattia ha cambiato tutto?
“Ha rinsaldato il loro legame già così speciale. Papà è stato straordinario, ha cambiato le priorità della sua vita, tanto dedicata al lavoro prima, e  ha deciso di restituire con gesti di quotidiana tenerezza e le notti accanto alla  mamma, tutto quello che aveva ricevuto in 45 anni di matrimonio. E stato capace di tenere vivo il mondo” dicono Giulia, 42 anni, editor da Giunti/Bompiani e la sorella Anna, 37, ricercatrice di filosofia alla Statale di Milano.

Come teneva vivo il mondo?
“E’ stato capace di non trasformare la malattia in rancore e chiusura verso l’esterno, quando invece è facile pensare che nessuno ‘fuori’ capisca la sofferenza. Papà è rimasto vivo, aperto, anche per noi”.

Una vera lunga storia d’amore?
“Erano una coppia nata da un colpo di fulmine ma cresciuta su un’idea laboriosa dell’amore: per loro bisognava non solo voler bene ma voler, volersi bene. E ne sono stati capaci fino all’ultimo istante. Capaci di perdersi e ritrovarsi, di rispettare la vocazione dell’altro, di accogliere. È questa la loro lezione, e anche il modo in cui ci ha fatto sentire nostra madre Costanza: ascoltate e accolte, per quello che eravamo, non per come avremmo dovuto essere. Ci ha insegnato che la vera forza non è quella di chi ha energie e risorse illimitate, ma quella di chi sa accettarsi con i propri limiti e accettare gli altri”.

Com’era vostra madre?
“È stata ricercatrice in Storia, sulla Lombardia di Verri e Beccaria, poi per oltre 20 anni responsabile della redazione della Rivista italiana di diritto del lavoro e infine la nonna a tempo pieno. Una donna delicata e discreta, eppure capace di esserci sempre accanto a papà anche negli anni duri delle minacce brigatiste. Ma pure capace di cambiare, convinta – grazie ad anni di psicoanalisi da adulta – che è sempre possibile modificarsi e andare avanti, accettarsi”.

Com’è cambiato il vostro rapporto?
“È stato faticoso, anche perché all’inizio non si capiva cosa avesse, poi ci siamo ritrovate a volte ad esserle madri e ad accudirla nelle cose più intime. Senza  imbarazzi perché a casa si è sempre vissuto il corpo, nella sua gioia come nella sua sofferenza, come una parte della vita di cui non vergognarsi. Noi siamo state malate da bambine, ora toccava a noi renderle le cure.”

È diventata come una figlia?
“L’abbiamo accudita nel fisico, forse, ma in tutto lei è rimasta madre sino in fondo. Faceva piccole spese per noi, aveva in mente i nostri appuntamenti, palpitava per noi anche quando non poteva più muoversi o vedere. Capace di rispettare la nostra diversità, il nostro disordine, lei così ordinata che quando passava dalle nostre case sembrava la fata turchina. Capace di scrutarci dentro e dire: ‘togli gli occhiali neri con cui guardi te stessa’, quando eravamo ipercritiche su di noi.”

Com’erano le notti?
“Quelle le voleva fare tutte papà, pochissime volte ha accettato di lasciarsi sostituire da noi, o dalle badanti, che sono state comunque straordinarie. Noi siamo stati sostenuti anche dalla grande famiglia di cui siamo parte, non ci siamo mai sentiti soli. Il nostro pensiero corre sempre alle altre famiglie che vivono il percorso della malattia prive degli aiuti che noi abbiamo avuto: trovare la forza di compierlo senza lasciarsene annientare è difficilissimo. Comunque il papà era capace di alzare la mamma, rischiando il colpo della strega, anche cinque volte per notte se lei lo chiedeva. Restavano abbracciati o leggeva quando lei, lettrice accanita e raffinata, non ci vedeva più. Per lui le notti erano qualcosa di irrinunciabile, un momento prezioso, tutto loro. Come le poesie”.

Vostro padre le scriveva poesie?
“Ogni anno il papà regalava alla mamma l’agenda e sulla prima pagina le scriveva una poesia che era la sintesi, il punto del loro rapporto, della loro relazione. La costruzione di un amore.”

Cosa aveva chiesto Costanza?
“Di non accanirsi, di non alimentarla quando non sarebbe stata più in grado di deglutire e di comunicare. E così è stato, anche se è difficile farlo quando ami una persona. Ma mio padre si ricordava la morte del nonno, il dolore che non era stato possibile evitargli negli ultimi giorni e quindi lui e la mamma hanno fatto le Dat, il testamento biologico. Non era una donna disperata, fino all’ultimo ha sperato e progettato un futuro con noi anche se spesso il suo sconforto era profondo. Ma era appassionata della vita e profondamente spirituale.”

La religione l’ha aiutata?
“I nostri genitori sono stati cattolici un po’ eterodossi, del dissenso, per molti aspetti vicini al cristianesimo valdese: con una profonda fede nel ‘Dio nelle mani degli uomini’ di cui parla Etty Hillesum, autrice amatissima da nostra madre”.

E adesso?
“Papà si è buttato nel lavoro, è un uomo dal grande senso del dovere. Ha detto che ora ‘può anche permettersi’ di prendere il Covid. Prima no, non sarebbe potuto stare lontano dalla mamma e lei senza di lui non avrebbe mai retto. Adesso torniamo a guardare avanti, forti dell’amore della nostra mamma e del pensiero della nostra nonna Francesca che diceva: ‘La morte fa parte della nostra vita. Chi non accetta la morte non può vivere bene’.”
 



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