La prima foto del virus a Milano: la mappa dei contagi in città e nell’hinterland

La prima foto del virus a Milano: la mappa dei contagi in città e nell'hinterland

È una cottura a fuoco lento. Iniziata piano, soprattutto a partire dai primi di aprile, quando la mappa della città ha iniziato a tingersi di rosso. Quasi un miracolo per gli epidemiologi, sicuramente una sorpresa, visto il timore per la “bomba Milano”, la città che corre e accoglie ogni giorno, accanto ai suoi 1,4 milioni di residenti, un altro milione di pendolari. Eppure, alla fine, il virus ha cominciato ad avanzare anche qui. E ha colpito Niguarda, Affori e Bruzzano, così vicini al comune di Bresso che fino a oggi conta 293 contagi ( su 26 mila abitanti) e nell’area milanese è stato il primo, importante focolaio. Ma non solo: perché, qui a Milano dove ieri si è arrivati a 8.965 diagnosi ufficiali di Sars-Cov- 2, 98 in più in 24 ore, il virus picchia forte a Quarto Oggiaro e Crescenzago, e a De Angeli e Baggio, collegate tra loro da quella strada dove si trova il Trivulzio al centro di un’inchiesta per le tante morti dei suoi anziani per il Covid-19.

La prima foto del virus a Milano: la mappa dei contagi in città e nell'hinterland

Eccola, la prima fotografia dei contagi a Milano e nell’area metropolitana: a scattarla è l’Unità operativa di Epidemiologia dell’Ats metropolitana di Milano, che da giorni studia non solo l’avanzata del virus ma anche come e dove questo virus si sia “insediato”. “Rispetto ad altre grandi città europee, Milano ha retto, anche grazie al lockdown che ha permesso di ridurre gli spostamenti e l’utilizzo del trasporto pubblico – spiega Vittorio Demicheli, direttore sanitario di corso Italia ed epidemiologo della cabina di regia che monitora la Fase 2 – Nelle epidemie è come se si raggiungesse una soglia, oltre la quale i contagi avanzano in modo rapido, esponenziale: a Milano quella soglia, per fortuna, non è stata ancora raggiunta. Non è detto, però, che questo non avvenga in futuro: per questo la guardia non si deve abbassare, la situazione rischia di essere ancora in bilico”.

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I dati di ieri raccontano di una Lombardia dove il Covid rimane diffuso – 502 casi in più, con 85 decessi in 24 ore ma anche un numero alto di guariti: dall’inizio dell’epidemia i contagiati sono stati 81.225, di cui 14.924 non ce l’hanno fatta – e di un’area, quella metropolitana milanese, che oggi è quella dove l’epidemia avanza ancora. Con 21.272 casi ufficialmente diagnosticati (+ 178 in 24 ore), e ai quali se ne devono aggiungere almeno altrettanti “sommersi” e non diagnosticati ufficialmente.

La mappa disegnata dagli epidemiologi di corso Italia individua allora per tutto il territorio dell’Ats (che copre anche Melegnano, Legnano e Lodi), diverse fasce di contagio, abbinate ad altrettanti colori, sulla base del codice postale di residenza dei malati. In time lapse, il progressivo colorarsi della mappa: da un tenue giallo diffuso in tutta l’area metropolitana e lodigiana a partire già da gennaio (quando, secondo gli esperti, il virus girava sottotraccia), ecco che il rosso scuro compare già tra il 17 e il 18 febbraio, due giorni prima della diagnosi ufficiale del paziente 1 a Codogno, nella Bassa lodigiana. Per poi allargarsi al resto della cartina, e arrivare in città ai primi di aprile: qui, a poco a poco, i contagi sono iniziati e sono arrivati a un tasso tra 7 e 10 casi ogni mille persone, da color rosso medio, a Baggio, De Angeli, Affori, Niguarda, Comasina, Crescenzago, Quarto Oggiaro.

Alla fascia tra 6 e 7 casi ogni mille abitanti appartengono Lorenteggio, Sant’Ambrogio, Chiesa rossa, Navigli, Tibaldi, corso Lodi, Corvetto, Calvairate, Santa Giulia, Porta Romana, Forlanini. Arancio chiaro, grazie ai loro contagi compresi tra 4,5 e 6 casi ogni mille persone, sono Città studi, Porta Venezia, Parco Lambro e Lambrate, Garibaldi-Repubblica e Centrale, il Portello, Paolo Sarpi, il Gallaratese, San Siro e il Parco Trenno. Quasi non toccate dal Covid 19, con il loro giallo tenue, sono invece il centro storico e corso Magenta. Ma anche via Padova e il quartiere Adriano.

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“Abbiamo la prova che ad essere risparmiate maggiormente sono le classi economicamente più agiate che vivono in centro – riflette allora Carlo La Vecchia, epidemiologo della Statale – cosa che ci aspettavamo perché succede spesso durante le epidemie. L’altro aspetto che si evince è che sono colpiti i quartieri nord, che sono a contatto con zone produttive, anche legate alla bergamasca, e anche questo potevamo aspettarcelo”. Sono le aree a ridosso di comuni non solo come Bresso, ma anche Cinisello Balsamo (570 casi) e Sesto San Giovanni (448) che stanno facendo registrare i numeri più alti di tutta la provincia in termini di contagi rispetto alla popolazione residente. E in termini puramente geografici si spiega anche un’incidenza abbastanza alta nei quartieri a sud est, considerata la vicinanza con la provincia di Lodi.

“Invitare alla prudenza adesso è doveroso – aggiunge La Vecchia – ma la situazione oggi è enormemente più sotto controllo rispetto a marzo. Io non mi aspetterei una seconda ondata a breve termine. Qualora ne arrivasse una a lungo termine, cosa che non penso, saremmo comunque molto più organizzati rispetto ai mesi passati”.



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