La scuola nel caos. Il governo: “Via il 7”. Stop delle Regioni ma in ordine sparso

Boccia: “Ci sarà la ripartenza, chi posticipa chiuderà anche i negozi”. I governatori divisi: sì di Toscana e Sicilia. Veneto e Friuli chiuse fino al 31. Campania, via l’11. Anche Liguria, Marche e Puglia verso lo stop

Nuovi colori, nuovi parametri, nuovi orari per il coprifuoco, zone bianche, tempi e ingressi contingentati. Caratteristiche e peculiarità che però non aiutano affatto la competenza organizzativa del Governo Conte due. Anzi, i giallorossi sembrano sempre più avviluppati tra esitazioni, dubbi e costrizioni. A 48 ore dalla riapertura delle scuole per mettere fine al braccio di ferro tra il premier Giuseppe Conte che ha appoggiato senza remore la posizione aperturista della ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina e le regioni, arriva in extremis un provvedimento del ministro della Salute Roberto Speranza che dovrebbe chiarire le diverse situazioni. È quanto viene riportato dal ministro degli Affari Regionali Francesco Boccia che pone l’accento su: «Chi sposta in avanti l’apertura delle scuole allora deve spostare anche la riapertura delle altre attività. Se si torna in aula a fine gennaio e si mantiene l’apertura dello sci il 18 allora c’è qualcosa che non torna». Ma nel consiglio dei ministri serale il Pd si dichiara favorevole a una riapertura dopo il 15, mentre i grillini tengono duro sul 7.

Di sicuro 4 milioni di studenti prenderanno posto nei loro banchi in ordine sparso. Chi è per un ritorno graduale in classe, come la Campania, chi organizza ingressi scaglionati come l’Emilia e chi invece è per riaprire dopo il 31 gennaio come Friuli e Veneto. Infondo la responsabilità della gestione è anche ripartita tra ministero e Uffici scolastici regionali. Il 91% di docenti e Ata sarebbero contro il rientro del 7 gennaio. E il perché è presto detto: non ci sarebbero le garanzie e le condizioni per un ritorno in sicurezza. E allora? Mentre il Comitato tecnico scientifico mette l’accento sulle zone a rischio, l’Istituto superiore di sanità (Iss) rende noti i dati raccolti in ambito scolastico per asserire che: «La percentuale dei focolai in ambito scolastico si è mantenuta sempre bassa e le scuole non rappresentano i primi tre contesti di trasmissione in Italia, che sono nell’ordine quello familiare/domiciliare, sanitario assistenziale e lavorativo. Nelle scuole sono stati rilevati 3.173 focolai, che rappresentano il 2% del totale dei focolai segnalati a livello nazionale». Asserzione che dovrebbe mettere tutti d’accordo e far passare la linea Conte-Azzolina tuttavia l’Iss provvede anche a sottolineare dell’altro, con fare un po’ sibillino: «Allo stato attuale delle conoscenze le scuole sembrano essere ambienti relativamente sicuri, purché si continui ad adottare una serie di precauzioni ormai consolidate quali indossare la mascherina, lavarsi le mani, ventilare le aule, e si ritiene che il loro ruolo nell’accelerare la trasmissione del coronavirus in Europa sia limitato».

E ancora. «L’esperienza di altri Paesi – continua il documento – mostra che il mantenimento di un’istruzione scolastica in presenza dipende dal successo delle misure preventive adottate nella comunità più ampia. Quando sono in atto e ampiamente seguite misure di mitigazione sia a scuola che a livello di comunità, le riaperture scolastiche pur contribuendo ad aumentare l’incidenza di Covid-19, causano incrementi contenuti che non provocano una crescita epidemica diffusa». Ma l’invito all’attenzione non è differito anzi: sebbene la riapertura delle scuole non sia associabile a un significativo aumento della trasmissione, al contempo però «esistono evidenze contrastanti circa l’impatto della chiusura/riapertura della scuola sulla diffusione dell’infezione». Numeri alla mano, compresi quelli dell’indagine epidemiologica svolta in 31 Paesi dell’Unione europea su evidenti cluster nelle strutture educative ma altrettanto limitati quanto a dimensioni, il Governo non ha ancora accettato il rischio di riaprire per poi richiudere.


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