Lampedusa, ira e paura “Basta sbarchi da noi”

Porto Empedocle (Agrigento). La San Savino, il traghetto che fa la spola tra Lampedusa e Porto Empedocle, attracca in banchina che sono già le 20.30. Sul molto diversi blindati della polizia e cinque autobus pronti a caricare altri 240 migranti

Porto Empedocle (Agrigento). La San Savino della Siremar, il traghetto che fa la spola tra Lampedusa e Porto Empedocle, attracca in banchina che sono già le 20.30. Sul molto diversi blindati della polizia e cinque autobus pronti a caricare quei 240 migranti traportati dall’isola invasa dai clandestini fino alla Sicilia, in quello stesso tratto di mare in cui è ancorata la Moby Zazà, la nave per la quarantena approntata dal governo che solo per i rifornimenti entra in porto. La gente è esasperata. «Abbiamo viaggiato sullo stesso traghetto – racconta un agrigentino -, sebbene distanziati. Ma quasi ogni giorno è così e nonostante ci sia chi fa la santificazione a bordo, il rischio di contrarre il Covid-19 è sempre alto. Abbiamo paura? Sì. Ormai parlano della nostra terra solo per i migranti, ma la Sicilia è altro. È turismo e cultura. Siamo stanchi». Umberto Prestia, responsabile della Lega a Porto Empedocle è sceso al porto per vedere l’ennesimo arrivo degli immigrati. «La nostra città – spiega – seppur martoriata dai ripetuti sbarchi, è una zona CovidFree. Nonostante il danno di immagine che stiamo subendo da parte della scellerata gestione del governo riguardo al fenomeno dell’immigrazione clandestina, Porto Empedocle è sicura per tutti i turisti. I postumi del lockdown – prosegue – sono ancora evidenti, soprattutto per quel che riguarda i commercianti e i loro dipendenti. Ma noi siamo felici di accogliere i turisti che intenderanno far tappa qui».

Gli sbarcati, quasi tutti tunisini, con qualche eccezione per alcuni soggetti che arrivano dal Bangladesh, salgono sui pullman. Per ogni mezzo 55 persone, senza distanziamento sociale. Circa 190 di loro sono destinati a un centro di accoglienza di Caltanisetta, i restanti a Villa Sikania. «Guardate – ci dice un residente -, dicono che scappano dalla guerra, ma sono abbigliati come noi, sorridono e scherzano tra loro. Non ci risulta che in Tunisia ci sia la guerra». Dalla rete di protezione riusciamo ad avvicinarci e a chiedere in francese a un migrante: «Perché sei qui?». Ci risponde senza esitare: «Avete leggi meno restrittive delle nostre». Eh sì, perché il controsenso sta tutto nelle non decisioni del governo. Chi arriva in aereo viene rimandato indietro, chi giunge sulle coste siciliane da clandestino viene accolto tra tutti gli onori, visitato, rifocillato, mantenuto. E finito il periodo di quarantena, se non scappa prima dagli hotspot o dai centri di prima accoglienza, se proviene da un Paese come la Tunisia viene munito di un foglio di via, che gli imporrebbe il ritorno in Patria, visto che i rimpatri sono fermi a causa dell’emergenza Covid. Una bella fregatura, perché poi rimangono tutti qui. «Il grande bluff – tiene a dire una signora appena scesa dal traghetto – perché li dobbiamo mantenere noi. Poi ce li ritroviamo per le strade, a bivaccare, a chiedere le elemosina, a delinquere. Ma il premier Conte perché non viene a vedere con i propri occhi». Un poliziotto le fa eco: «Il ministro Lamorgese idem, non l’abbiamo mai vista a Lampedusa, neanche sa in che condizioni dobbiamo lavorare, con turni massacranti, rischiando di ammalarci perché i dispositivi di sicurezza non sono sufficienti».

Sulla nave della Siremar, che in alcune occasioni per portare i migranti ha lasciato a piedi turisti e residenti, solo 20 agenti a fare da contorno a 240 clandestini. I due pesi e le due misure che ci sono tra l’essere italiano e l’essere clandestino. «Uno schiaffo ai morti del periodo di lockdown e alle loro famiglie – ci dice qualcuno – che per evitare il contagio non hanno più potuto vedere i loro cari, mentre questa gente è libera di circolare rischiando di portarci altri clandestini».

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