Le trame estive di Di Maio: guidare M5s senza fare il capo

Luigino teme la candidatura di Conte. Meglio una segreteria di fedelissimi per manovrare dalla Farnesina

Luigi di Maio ha un piano in mente: guidare il M5S dalla Farnesina. E soprattutto senza occupare le poltrone di capo politico o di altri incarichi di vertice nel Movimento. Il ministro degli Esteri sta trascorrendo l’estate tra una puntatina al mare con la compagna Virginia Saba, aperitivi e incontri riservati con i fedelissimi. L’autunno bussa alla porta: dopo il voto per le regionali si aprirà la partita per la guida dei Cinque stelle. Che poi è quella dove Di Maio vuole giocare bene tutte le carte. Nei vari colloqui agostani con la pattuglia di parlamentari, il ministro degli Esteri illustra le mosse: «Agli Stati Generali del M5S dobbiamo puntare sulla nascita di una segreteria politica» spiega l’ex capo dei Cinque stelle.

Di Maio boccia l’opzione dell’elezione di un nuovo capo politico. Il ministro degli Esteri teme la candidatura del premier Giuseppe Conte: con la consultazione su un nuovo capo politico, al posto del grigio (ed eterodiretto) Vito Crimi, l’inquilino di Palazzo Chigi (con tutta la sua corte) potrebbe essere tentato dall’idea di scendere in campo. Un’ ipotesi che – per Di Maio va assolutamente neutralizzata ora. In che modo? Sostenendo la tesi della segreteria politica. In quel caso, Di Maio avrebbe gioco facile. Conte si tirerebbe fuori. Gli altri due potenziali competitor, Alessandro Di Battista e Roberto Fico (quest’ultimo attratto dall’idea di candidarsi sindaco di Napoli nel 2021) sarebbero out. Per Di Maio sarebbe una passeggiata piazzare due o tre fedelissimi all’interno della segreteria politica per averne il controllo. Già circolano i nomi: Leonardo Donno, Iolanda di Stasio, Cosimo Adelizzi. C’è un altro punto fermo del piano, illustrato negli incontri estivi: Di Maio resterà a fare il lavoro di ministro senza assumere alcun incarico nella segreteria politica. Dalla Farnesina guiderà il Movimento. Ora la strategia è tutta orientata a far saltare l’opzione dell’elezione di nuovo capo politico. Spingendo per una cabina di comando allargata. Il piano di Di Maio avanza. Mentre nel Movimento non si placa la guerra contro Rousseau e Davide Casaleggio. La senatrice Laura Bottici suggerisce un compromesso: «Se vogliamo ripensare il rapporto tra noi e Rousseau e quindi il sistema di finanziamento, che ora avviene direttamente e obbligatoriamente attraverso i parlamentari, un’alternativa percorribile sarebbe quella di fare in modo che Rousseau prosegua le proprie attività con un regolare contratto di servizio siglato col Movimento, e non con un’assegnazione diretta». Ma la Casaleggio Associati puntualizza: «Nessun parlamentare del Movimento 5 Stelle né versa né ha mai versato alcun contributo alla società come erroneamente viene indicato. Gli eletti versano un contributo all’associazione Roussea».

Ma non c’è solo la richiesta di sottrarre la piattaforma al controllo di Casaleggio jr. La guerra registra nelle ultime ore un salto di qualità. Spunta il nodo sulla proprietà del simbolo del M5S. Una cinquantina di deputati, Giuseppe Brescia, Cosimo Sibilia e Dalila Nesci tra i firmatari, chiede in una mozione (che sarà presentata nel corso degli Stati Generali) di sottrarre la titolarità del simbolo a Beppe Grillo e Davide Casaleggio. È una questione abbastanza spinosa: il simbolo del M5S è di proprietà di Grillo che però l’ha concesso nel 2018 in uso gratuito all’associazione Rousseau (che controlla anche la piattaforma su cui vengono prese tutte le decisioni). Ora i frondisti chiedono che il simbolo venga consegnato all’organizzazione politica. Altra carne a cuocere sul fuoco grillino.


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