Lega, la strana indagine nata senza reati da una lite condominiale

La caccia al partito parte da una protesta. I pm hanno scavato per trovare anomalie

È una indagine nata al contrario, quella che sta portando la Procura di Milano a scavare sulla Lega di Matteo Salvini e sui fondi della Lombardia Film Commission. Di solito, i pm partono dalla notizia di un reato, e poi vanno alla caccia dei colpevoli. Qui, come dimostrano le carte, prima – senza che ci fosse neanche l’ombra di un reato – si è iniziato a dare la caccia alla Lega, analizzandone in profondità la struttura, gli uomini, i legami, come sperando che un reato saltasse fuori.

Alla fine, il reato è arrivato: o almeno così ritiene la Procura, che ha chiesto e ottenuto l’arresto per peculato di tre commercialisti strettamente legati alla Lega. Vicenda complessa, dove certamente emergono tracce di affari pasticciati ed oscuri intorno alla Lombardia Film Commission e ai tre arrestati: ma dove finora non c’è traccia di soldi arrivati alla Lega, e anzi la «gola profonda» dell’indagine, il ricattatore pentito Luca Sostegni, ieri attraverso il suo legale esclude di avere mai detto ai pm che i soldi del pasticcio sarebbero stati usati per finanziare la campagna elettorale leghista.

Ma se la vicenda processuale è in evoluzione, ormai cristallizzata è la sua singolare genesi. L’inchiesta che incombe sulla Lega alla vigilia delle elezioni nasce infatti da una sorta di lite condominiale sorta due anni fa all’interno del bel palazzo milanese in cui la «Lega per Salvini premier», nome ufficiale del partito, ha la sua sede: via delle Stelline 1, zona di via Washington.

Il 12 febbraio 2018, un inquilino del palazzo scrive al procuratore della Repubblica Francesco Greco, raccontando di avere appreso che la nuova sede della Lega è stata messa proprio lì. Lamenta che il regolamento del condominio esclude l’uso delle unità abitative a fini politici e spiega che «per ragioni di sicurezza e di ordine pubblico, tenuto conto altresì di residenti di religione ebraica nello stabile e nell’area circostante, dove è collocata anche una scuola ebraica e una sinagoga, i condomini esprimono preoccupazione per la scelta di via delle Stelline 1 quale sede della Lega». Di reati, come si vede, non si parla. Eppure il condomino si rivolge alla Procura.

Il 12 febbraio 2018 la lettera arriva a Greco, che il giorno stesso la esamina e decide di iscriverla nel «modello 45», cioè il registro delle notizie senza reato, e la trasmette al procuratore aggiunto Eugenio Fusco, che si occupa di truffe ai consumatori.

Fusco per oltre due mesi non fa niente. Il 9 maggio, senza formulare nessuna ipotesi di reato, dà ordine alla Guardia di finanza di indagare sulla sede leghista di via delle Stelline. Le fiamme gialle si buttano a capofitto nell’inchiesta: fanno tre servizi di osservazione uno dopo l’altro, interrogano la portinaia, il marito della portinaia, l’amministratore, il figlio dell’amministratore. E il 29 giugno mandano un lungo rapporto a Fusco in cui spiegano che in via delle Stelline la Lega è domiciliata presso lo studio di Michele Scilieri: uno dei commercialisti che verranno poi arrestati. Nel rapporto della Finanza, di reati continuano a non emergerne.

Ma la Procura è decisa a vederci chiaro. Così la Finanza continua a indagare. Da quel momento, storia e organigramma della Lega sono nel mirino. Vengono identificati Matteo Salvini, Roberto Calderoli, Lorenzo Fontana, Giulio Centemero e Giancarlo Giorgetti, i «soci fondatori» del partito. Si identifica il notaio bergamasco che ha stilato l’atto costitutivo. E da lì si parte per radiografare in profondità l’intera Lega. Intanto, il 5 e 6 luglio la storia della sede «fantasma» della Lega approda sulle pagine del Fatto quotidiano. Il 25 luglio la Finanza manda a Fusco un nuovo rapporto colossale, 1.581 pagine: dentro non c’è solo la storia della sede che preoccupava i bravi condomini, ci sono visure camerali, analisi bancarie, atti dell’agenzia delle Entrate, le visure camerali della Pontidafin e di altre società della galassia leghista. I nomi di tutti coloro che appaiono in questa o quella struttura vengono incrociati a loro volta. È in quel rapporto che salta fuori per la prima volta il nome della Lombardia Film Commission, di cui Scilieri è sindaco supplente. È lì che la Procura punta i suoi riflettori.

Il giorno dopo l’arrivo del rapporto della Guardia di finanza, l’inchiesta cambia finalmente veste: il fascicolo lascia il modello 45 e passa al «modello 21», dove ci sono reati e indagati: Scilieri viene indagato per una accusa singolare, «mancata esecuzione di un provvedimento del giudice». Ma in quel contenitore l’indagine si può scatenare in tutta la sua potenza. Per oltre un anno, la Finanza scava sulla Film Commission e i suoi affari. il 16 ottobre 2019, il pm Stefano Civardi iscrive Scilieri per riciclaggio e Alberto Di Rubba, l’ex presidente leghista della Commission, per peculato. Il cerchio si è chiuso.


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