L’energia dopo Covid 19, tra crisi petrolifera e crisi climatica. Ora accelerare sulle rinnovabili

Non sappiamo oggi se la pandemia e il permanere di tensioni tra Stati Uniti e Cina, segneranno una svolta storica di de-globalizzazione, come pensano diversi osservatori. Com’è noto, il mercato petrolifero è segnato da fluttuazioni che dipendono da logiche di mercato e speculative oltre che da tensioni politiche, accordi di cartello, crisi politiche locali, per cui di fatto nessun economista serio si azzarda a fare previsioni.

La crisi ha colpito, pur se in maniera meno pesante, anche il settore delle fonti rinnovabili su cui si basa una parte non piccola delle speranze di combattere la crisi climatica. Quale futuro ci attende? Ci sarà una spinta alla mobilità individuale per paura del contagio e dunque una ripresa dei consumi dei prodotti petroliferi? Forse è presto per dirlo e potrebbe anche darsi che, dopo una crisi sanitaria che ha colpito i polmoni delle persone, l’attenzione alla qualità dell’aria diventerà più importante come ha di recente dichiarato l’ex capo della BP al Financial Times.

Se avesse ragione l’Economist, che prevede un prezzo del barile a lungo termine sui 20 dollari, la spinta a investire in nuovi giacimenti o a produrre shale oil sarà depressa per mancanza di margine economico. E, dunque, è possibile una prospettiva di declino della produzione a medio termine. Una seconda considerazione riguarda il fatto che le politiche per la decarbonizzazione – affrancamento progressivo da carbone, petrolio e gas fossile – riguardano, almeno per una prima fase, una spinta verso l’elettrificazione dei nostri consumi energetici a partire dalla mobilità (auto elettrica e altri veicoli). In questa spinta, le fonti rinnovabili sono nettamente favorite sia in termini di costo industriale sia perché il petrolio e i suoi derivati contribuiscono in minima parte alla produzione elettrica.

Prima della pandemia, il prezzo di scambio all’ingrosso dell’elettricità in Italia era di circa 52 euro/MWh, oggi è sceso a 32 euro per la riduzione dei consumi e del prezzo del gas. In questi ultimi anni il costo industriale dell’elettricità da rinnovabili è andato in discesa battendo ogni record. In questi giorni il più grande impianto solare del mondo ad Abu Dhabi batte il record con 13,5 dollari/MWh e, in Europa, in Portogallo nel 2019 un’asta si era chiusa col solare a meno di 15 euro/MWh. Per i nuovi impianti a livello internazionale i costi industriali di grandi impianti solari ed eolici sono già competitivi col gas naturale (44-68 dollari/MWh).
Per l’eolico siamo forse alla vigilia di una svolta epocale con il decollo dell’eolico “galleggiante” il cui potenziale – non più vincolato alla bassa profondità dei fondali marini – è gigantesco. Una dinamica simile è in corso nel settore delle batterie da cui dipende il futuro prossimo dell’auto elettrica e anche degli accumuli per la gestione delle reti elettriche.

Preoccupa di più il conflitto tra Stati Uniti e Cina: per affrontare la crisi climatica – come quella della pandemia – è necessario un quadro di grande collaborazione e cooperazione internazionale. A competere con le rinnovabili è in realtà il gas fossile che per alcuni anni sarà ancora necessario, ma che, in prospettiva di decarbonizzare l’economia, dovrà essere progressivamente eliminato e non incentivato. Laddove è più difficile da eliminare, dovrà essere sostituito da gas di sintesi – idrogeno, biometano o metano di sintesi da rinnovabili – cosa che richiederebbe sin da subito investimenti in ricerca e sviluppo (che non vediamo, ad esempio, nel piano strategico di ENI). L’emergenza climatica resta grave e il tempo per affrontarla seriamente è limitato: bisogna accelerare. In primo luogo, in Italia dovremmo ad ogni costo sbloccare le rinnovabili: a questa velocità gli obiettivi del PNIEC (Piano Nazionale Integrato Energia e Clima) al 2030 – peraltro insufficienti – non li raggiungeremo nemmeno nel 2080. Il governo batta un colpo.
 
* Giuseppe Onufrio, fisico di formazione, si è occupato di analisi ambientale dei cicli energetici e tecnologici e di politiche energetiche. Ha lavorato come ricercatore per diversi enti e istituzioni pubbliche e private, italiane e non. Attivista ambientale da metà anni Settanta, dal 2006 direttore delle campagne e dal 2009 direttore esecutivo di Greenpeace Italia.

 



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