L’eterno ritorno dei comunisti per le poltrone

Vi piace il vintage? Appassionati di bric-à-brac? Shabby? Avete un debole filatelico per l’introvabile Gronchi rosa? Be’, tenetevi forte perché per le regionali in Toscana torna in pista una vecchia auto ruggente

Vi piace il vintage? Appassionati di bric-à-brac? Shabby? Avete un debole filatelico per l’introvabile Gronchi rosa? Be’, tenetevi forte perché per le regionali in Toscana torna in pista una vecchia auto ruggente: il simbolo autentico del Partito comunista italiano di Gramsci Togliatti, Longo e Berlinguer, tutto messo a nuovo e che da trent’anni nessuno poteva toccare. O meglio: girava già ed è attivo anche un simbolo del Pci, recuperato da Marco Rizzo che l’ha dovuto rigenerare, adesso questo appena uscito dalla teca sembra proprio che abbia una grinta gioiosa. Si tratta infatti del simbolo autentico originale presentato su sfondo bianco dal candidato Marco Barzanti (nella foto) di 51 anni che corre per al carica di governatore regionale toscano. L’evento è un evento, anche se più volte riemerso e appena un po’ di déjà-vu perché a volte ritornano, e a volte imitano. Quando Achille Occhetto chiuse bottega alle Botteghe Oscure visto che la casa madre del comunismo internazionale sovietico aveva dichiarato forfait, il simbolo venne messo dentro una campana di vetro sotto lo zero assoluto, un freddo boia che neanche in Siberia. Adesso l’hanno scongelato e rimesso in pista. Ma nel frattempo la voglia di ritirare fuori il simbolo che per decenni aveva incarnato il partito comunista così come Palmiro Togliatti l’aveva ricostruito dopo la cosiddetta «svolta di Salerno», era sempre rimasta latente e affiorante. In fondo, e questa appare la cosa più grave, il comunismo non è colpito da alcuna interdizione morale internazionale e tanto meno italiana come accade agli altri «ismi» che hanno portato alla morte milioni di innocenti, perché l’ha sempre fatta franca. In Italia, diversamente che in Francia, non fu necessario restaurarne l’immagine per cancellare la memoria dei ventidue mesi durante i quali l’Unione Sovietica dette luce verde all’aggressione tedesca alla Polonia (di cui la stessa Urss incamerò il 51 per cento) e certamente nessuno in Italia ricorda che i comunisti francesi, mentre le truppe naziste marciavano sotto l’Arco di trionfo fra due ali di folla in lacrime, inneggiavano ai «Bravò camarades allemandes» venuti a combattere le putride democrazie borghesi e l’imperialismo occidentale. Da noi è passato tutto sotto silenzio, mentre l’Europa dell’Est – Polonia e Ungheria in particolare – hanno fatto approvare lo scorso anno un documento europeo che equipara non i delitti, ma la condanna morale che il mondo civile applica sia ai nazionalsocialisti tedeschi che al Partito comunista sovietico e al Comintern per le decine di milioni di vittime, fra cui quasi tutti i comunisti italiani fuggiti in Russia dall’Italia fascista. Occhio non vede, memoria cancellata, tutto fa allegria o almeno tenerezza. Dunque, che dire, è il momento di mostrare una sorridente sorpresa di fronte al ritorno di quel simbolo che, anche graficamente, è molto bello: tutto quel rosso, la falce e il martello gialli e la sovrapposizione con il tricolore italiano. Un pezzo di memoria. Ma quale, se ne manca la parte più pesante? Proprio ieri i telegiornali davano notizia di una spiaggia in cui un altoparlante diffondeva la canzone fascista e colonialista Faccetta nera. Sembra che molti bagnanti abbiano accolto allegramente quella nostalgica iniziativa coloniale, E naturalmente il tono, com’è giusto, era di scandalo. Persino Renzo Arbore usò quella musica – in senso ironico – come motivo di una sua trasmissione, ma non è questo il punto. Il punto è che vene di nostalgia spingono gli italiani a riesumare i simboli cui si sentono legati e di cui hanno idee vaghe. Noi non siamo neutrali ai simboli. Io personalmente detesto tutti quelli delle ideologie che spostavano, internavano e assassinavano milioni di esseri umani, salvo poi negare tutto. Però adesso, vedete: torna l’allegro simbolo comunista e non si può far altro che sorriderne. Quanti ricordi. Anzi, quante amnesie.


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