L’icona sovranista e i tempi del voto

Volendo giudicarla con un metro tutto italiano l’inchiesta su Steve Bannon qualche dubbio lo solleva.

Volendo giudicarla con un metro tutto italiano l’inchiesta su Steve Bannon qualche dubbio lo solleva. Anche perché al centro delle accuse per cui rischia 20 anni di galera c’è la raccolta di fondi privati lanciata per costruire quel muro anti-migranti diventato, nel 2016, uno dei temi centrali della campagna elettorale di Donald Trump. E a rendere il tutto più sospetto s’aggiunge la coincidenza tra il suo arresto e l’avvio della nuova battaglia all’ultimo sangue per le presidenziali del 3 novembre. Detto questo l’eclettico Steve Bannon non è certo un personaggio esente da ombre e sospetti. Prima di trasformarsi nella mente della vittoriosa campagna elettorale di Trump, indossare i panni di consigliere strategico del Presidente e ritrovarsi bruscamente licenziato ha vestito per sette anni la divisa di ufficiale di Marina, s’è infilato la grisaglia da banchiere della Goldman Sachs e ha sfoggiato il cappellino di produttore in una Hollywood dove ha prodotto 18 film. Ma il suo vero trampolino resta «Breitbart News» il sito co-fondato nel 2007 che in breve lo trasforma nella voce più ascoltata di una destra «Alt Rights» non esente da pulsioni suprematiste e razziste. Ed è sempre la sua spregiudicata ecletticità a spingerlo, subito dopo il licenziamento dalla Casa Bianca, e a regalare al giornalista Michael Wolff le indiscrezioni usate nel libro «Fire and Fury» per rilanciare il sospetto di un legame tra Trump e Mosca. Quella stessa insopprimibile poliedricità porta Bannon a tentare l’avventura italiana saltando sul carro del sovranismo. Un’incursione non esattamente lungimirante visto che è proprio Bannon nella primavera del 2018 a suggerire a Matteo Salvini quel matrimonio contronatura con Luigi Di Maio di cui il Conte Due rappresenta l’infausta eredità. Del resto quando nel settembre 2018 si presenta sul palco di Atreju deciso a conquistare Giorgia Meloni e il popolo di Fratelli d’Italia l’unica visione per cui veramente colpisce è la lucida capacità di delineare quel pericolo cinese che solo un anno dopo si materializzerà in tutta la sua evidenza. Per il resto la sua superficiale e confusa riproposizione di temi da tempo patrimonio della destra sociale italiana convinse poco ed entusiasmò meno. E così quando si trattò di decidere per le elezioni europee del 2019 una Giorgia Meloni, assai più lungimirante del presunto profeta, si guardò bene dal saltare sul barcone del sovranismo alla Salvini indicatole da Bannon preferendogli quello, assai meno compromettente, guidato dai conservatori inglesi e polacchi. Una scelta di cui, anche alla luce dell’inglorioso epilogo del presunto guru, non può certo dirsi pentita.


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