Ligabue, trent’anni fa l’album d’esordio e i primi sogni di rock’n’roll

Era il 28 luglio del 1990 quando, sulle pagine di questo giornale, pubblicavamo un pezzo su Luciano Ligabue che si era esibito per la prima volta dal vivo in un club romano davanti a poche decine di persone: “All’anagrafe di Reggio Emilia lo conoscono come Luciano Ligabue e forse non sanno nemmeno che lui, di professione, vuole fare il rocker. Ma nei paesi vicini a Reggio e pian piano in tutta Italia, sull’onda di un fortunato e ben riuscito singolo d’esordio, tutti lo conoscono semplicemente come Ligabue, la prossima stella della canzone rock in Italia. Giovedì sera al Classico di Roma, dopo il debutto milanese, Ligabue ha presentato con un breve ma divertente concerto il suo primo discorso, un trentatré giri che porta il suo nome e che sta conquistando pian piano spazi sempre più ampi nella programmazione delle radio, tanto da essere segnalato come uno dei più efficaci dischi rock italiani dell’anno”.

Trent’anni fa, nel maggio del 1990, Luciano Ligabue presentava, infatti, il suo primo album, intitolato semplicemente Ligabue, prodotto da Angelo Carrara e registrato quattro mesi prima a Milano. È il via ufficiale di una carriera iniziata in realtà qualche tempo prima, che aveva visto il sostegno di Pierangelo Bertoli e la pubblicazione di un singolo nel 1988 con gli Orazero. È l’inizio di una bellissima avventura tra canzone e rock’n’roll, libri e cinema, concerti e videoclip, un lungo percorso che lo ha portato a essere uno dei cantautori più amati e di maggior successo nel nostro Paese. 

Ligabue, trent'anni fa l'album d'esordio e i primi sogni di rock'n'roll

Il manifesto del primo tour nel 1990

Quell’album del 1990 resta una delle pietre miliari del rock italiano, di un modo di fare canzoni che all’epoca non era particolarmente popolare, che pescava a piene mani non solo dalla tradizione dei migliori cantautori italiani ma anche, e soprattutto, da un rock americano e inglese che in pochi dalle nostre parti avevano frequentato con simile passione e costanza. Era un disco “glocal”, se ci si consente il gioco di parole, nato e cresciuto in provincia, quella di Reggio Emilia, radicato con forza nella natia Correggio, e allo stesso tempo internazionale, in sintonia con Springsteen e gli U2, un disco che racconta un mondo fatto di magnifici perdenti, instancabili sognatori, sopravvissuti dell’anima che testardamente non mollano i sogni ma sanno stare ben piantati con i piedi per terra. 

Ad aprire l’album c’era Balliamo sul mondo, rimasta fino a oggi una delle canzoni più amate dal pubblico del Liga, brano che ha contribuito in maniera fondamentale al successo del disco, pezzo rock italiano perfetto e tiratissimo che con il passare del tempo non ha perso nulla della sua potenza e della sua originalità. Ma il rock è dovunque nel disco, tradotto in mille modi diversi, in riff serrati e in ballate, in brani cantabili e in pezzi taglienti, dimostrando che, come facevano anche altri, soprattutto Vasco e i Litfiba, il rock poteva e doveva essere cantato in italiano.

Ci sono un pugno di “classici” del repertorio di Ligabue in questo album d’esordio, ci sono canzoni che sono diventati i mattoni di base dell’edificio che il rocker e cantautore ha costruito poi nel corso degli anni, ci sono tutti gli elementi che ritroveremo poi nel corso della sua carriera, in canzoni come Bar Mario, in ballate come Piccola stella senza cielo, e nei due brani “identitari” dell’album, quelli in cui il pubblico dei fan di Liga ama riconoscersi, Non è tempo per noi, più lenta e maestosa, da cantare in coro, e Figlio di un cane, elettrica e nervosa, canzoni di inadeguatezza e passione che delimitano bene l’universo ideale del Ligabue degli esordi, diventato poi con gli anni più profondo, attento, accorto, impegnato e poetico, ma qui perfettamente a suo agio nei panni di un “loser” figlio della letteratura americana, del perdente che forse non è nemmeno in cerca di una qualsiasi forma di riscatto. 

Trent’anni dopo Ligabue racconta ancora quelle storie, le ha declinate in tanti modi, cantando amore e speranza, disperazione e abbandono, rabbia e desideri, restando fedele a una sola regola, ben cantata in quell’album d’esordio, quella dei “sogni di rock’n’roll” in cui si sogna il meglio, per noi e per gli altri.



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