L’odio della sinistra per l’archivio Rauti

Democratici a parole, intolleranti sulla carta. Non c’è niente da fare. Per certa Sinistra, la cultura di Destra non esiste.

Democratici a parole, intolleranti sulla carta. Non c’è niente da fare. Per certa Sinistra, la cultura di Destra non esiste. Non deve esistere. Non deve avere diritto d’esistenza. Comunque, non dentro le istituzioni, le accademie, i centri culturali. Se c’è, deve restare in una nicchia. Al tempo, si diceva nelle fogne. E il ritornello dagli anni ’70 a oggi non è cambiato. Le parole sono più raffinate, la sostanza la stessa. Si chiama odio: verso chi si ritiene antropologicamente diverso. Cos’è successo? Che tempo fa la figlia di Pino Rauti, Isabella, ha donato alla Biblioteca Nazionale di Roma, tra le massime istituzioni italiane in materia libraria, l’intero archivio del padre, giovanissimo volontario nella Rsi, uomo e intellettuale di Destra, segretario nazionale dell’Msi: un fondo ritenuto di «particolare interesse storico» formato da 2880 volumi, riviste e documenti rari o inediti sulla storia della Destra italiana. Sembrerebbe un aiuto alla ricerca e allo studio. Invece succede che pochi giorni fa il sito del Ministero per i beni culturali dà conto dell’acquisizione delle carte di Rauti con toni per qualcuno eccessivamente favorevoli all’uomo politico morto nel 2012 (viene indicato come «statista»). Basta, e avanza. La Sinistra più ignorante e retriva insorge, protesta, rinfaccia il passato repubblichino di Rauti (che però fu eletto democraticamente in Parlamento) e la fondazione del Centro studi Ordine Nuovo nel ’56. Tempo poche ore e il ministro Franceschini si autocensura e fa cancellare la presentazione del Fondo Rauti dal sito del Mibac. L’Anpi gioisce, la Cgil festeggia, i soliti 5Stelle applaudono. Il fascista è smascherato. E la Storia – così come se la raccontano loro – è salva. Un bel passo avanti per la democrazia, ottimo per la cultura. E non si sa cosa è peggio.


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