“L’opzione Draghi non è tramontata”

La rivelazione di un consigliere di Mattarella al leghista Tiramani

Lui, Paolo Tiramani, leghista tutto d’un pezzo, deputato e sindaco di Borgosesia, gli strani segnali che percepisce dal Quirinale li fa risalire ad un colloquio della scorsa settimana, con un ex parlamentare dc di lungo corso, Gianfranco Astori, già sindaco di un comune del vercellese, Rassa, finito da qualche anno alla Corte di Mattarella con il ruolo di «consigliere politico». I due si conoscono da tempo e sono in confidenza perché Astori è stato anche presidente del Comprensorio di Borgosesia. «Mi ha detto racconta a mezzabocca Tiramani, con aria circospetta, tentando di non farsi ascoltare dai curiosi nel cortile di Montecitorio che l’ipotesi Draghi è all’ordine del giorno». L’uscita naturalmente colpisce la fantasia, ma poi si scontra con la «vulgata» del momento che i soliti bene informati del Colle fanno circolare: il presidente ha paura di muovere gli scacchi, perché non è sicuro che ci sia un’alternativa a Conte. La sortita del premier che ha auspicato un suo «bis», poi, a Mattarella non interessa proprio. Finito il settennato, infatti, il presidente giura di avere un unico sogno: «Voglio fare il nonno».
E già, nei grandi saloni del Quirinale, come ai tempi della Dc (e l’attuale Capo dello Stato è sicuramente un dc «non pentito»), le «voci» sulle intenzioni dell’inquilino principale si sprecano: è la vecchia scuola degli arbitri delle nostre istituzioni, che, in caso di bisogno, vogliono tenersi aperte tutte le strade. Sono sensazioni che, però, fanno tornare in mente anche il tempo che fu e ti inducono a pensare che piano piano stiamo assistendo ad un ritorno al passato.
Naturalmente c’è chi lo vive come un ritorno al «buon tempo antico» e chi, invece, lo subisce come un’amara restaurazione. È fatale, ma intanto i segnali di chi si sente deluso e tradito dal presente e cerca rifugio in ciò che fu, si moltiplicano. In fondo lo stesso Giuseppe Conte, che girovaga tra le assemblee dei nostalgici della dc e le feste degli ultimi eredi del Pci, ha ripreso lo stile dei vecchi premier che, di fronte a possibili sconfitte elettorali si defilavano per tempo, adducendo la tesi che il governo non c’entrasse niente. Addirittura, per alcuni versi, l’inquilino di Palazzo Chigi di oggi li ha superati: dopo nove mesi trascorsi in solitudine sul palcoscenico della politica tra uno stato d’emergenza e un dpcm, un decreto legge e un voto di fiducia, ci vuole davvero una gran faccia tosta ad argomentare che gli elettori voteranno tra una settimana per le regionali senza esprimere, sia pure indirettamente, un giudizio sul governo. Ma Conte, si sa, come faccia tosta non ha nulla da invidiare né a Giulio Andreotti, né ad Arnaldo Forlani. Certo qualcuno dirà che la coalizione di governo, andando divisa, con il Pd da una parte e i grillini dall’altra, sarà sfavorita. A ben guardare, però, succedeva anche con i socialisti nella Prima Repubblica, che erano in alleanza o con la dc, o con il Pci. L’unica differenza è che il Psi adottava questa tattica per vincere dappertutto, mentre il movimento 5stelle per perdere ovunque.
La verità è che i grillini sono l’immagine della confusione tra passato e presente: da una parte hanno portato il Paese a un referendum sul taglio dei parlamentari, che non accompagnato da una riforma organica delle nostre istituzioni, di fatto, modifica profondamente e magari fa saltare – i meccanismi parlamentari e costituzionali; dall’altra hanno riproposto una legge elettorale proporzionale e il ritorno alle preferenze, cioè hanno rispolverato i due elementi che segnarono l’archiviazione della Prima Repubblica e la nascita della Seconda. Ci mancherebbe solo un rimpasto per tornare a 40 anni fa. Per cui nella loro follia, in un gioco delle parti dal senso recondito, sono insieme «rivoluzionari» e «restauratori».
Una condizione «perversa», che condita dalle accuse di ignoranza e incompetenza (vedi le mille contraddizioni, è l’ultimo esempio, che accompagnano la politica del governo per la riapertura delle scuole), li hanno trasformati nella ragione principale di quella irrefrenabile nostalgia del tempo che fu: c’è un sentimento, in una parte non trascurabile dell’opinione pubblica, che agogna la loro archiviazione. È il sentimento alla base di quello strano fenomeno che vede moltiplicarsi il consenso per il «no» al taglio dei parlamentari che, nei fatti, si sta trasformando piano piano in un «No» al pressappochismo grillino. Una crescita che pure i sondaggisti cominciano a registrare: secondo la maga Ghisleri si sta andando velocemente verso un 60% per i Sì e un 40% per i No (si era partiti con un 85% contro un 15%). Ed è una metamorfosi che anche i politici hanno iniziato ad annusare: «L’unica cosa che ho capito osserva il capogruppo dei deputati del Pd, Graziano Delrio – è che i No saranno maggioranza nelle regioni che noi controlliamo: la Toscana e l’Emilia». «Io avrei schierato Fi per il No – spiega Sestino Giacomoni, uno dei consiglieri del Cav – perché per guadagnare consensi oggi ti devi differenziare dal presente». Un fenomeno che fa felici, ovviamente, gli orfani di un glorioso passato, gli ex-dc. «C’è una grande nostalgia dei nostri tempi raccontano in uno dei corridoi della Camera ex democristiani come Giuseppe Gargani e Angelo Sanza, un tempo colonnelli di Ciriaco De Mita -: la gente ci ferma per strada per sfogarsi, per dirci che dei grillini non ne possono più. Se il centrodestra avesse dato libertà di voto sarebbe finita 60 a 40% per il No. E in quel caso non solo addio a Conte, ma anche ad un presente che è profondamente sbagliato».
Magari si tratta solo di illusioni, ma poi ci sono i fatti che confermano questa voglia di passato, a cominciare da una nuova legge elettorale che punta a rintrodurre il sistema proporzionale e che paradossalmente (la Storia è fatta di paradossi), con la vittoria dei «Sì» al referendum, diventerebbe inevitabile. L’altro ieri alla Camera è stato approvato il testo base, con i soli voti di Pd e grillini. Ma il resto della maggioranza non è contrario, punta solo all’abbassamento della soglia di sbarramento che nel progetto di partenza è collocata al 5%. «Alla fine ammette il renziano Marco Di Maio appoggeremo una legge proporzionale che preveda uno sbarramento del 4% alla Camera e del 3% al Senato». Non è finita, perché se Di Maio e Zingaretti vorranno il proporzionale dovranno, però, accettare pure la reintroduzione delle preferenze, o qualcosa di simile. Nei partiti, infatti, si stanno moltiplicando i comitati di appoggio a questa proposta. Umberto Del Basso De Caro e Luciano Pizzetti stanno capeggiando la rivolta nel Pd. Osvaldo Napoli sta organizzando i «filo-preferenze» in Forza Italia. Senza contare che a questo schieramento trasversale ha aderito l’intero movimento 5 stelle. Tant’è che il vertice del partito democratico ha individuato una possibile mediazione: il sistema del Provincellum, cioè collegi uninominali all’interno delle circoscrizioni e l’elezione di chi tra i candidati dello stesso partito raggiunge la percentuale più alta. «Potrebbe andare bene», ammette Napoli. «E pensare – si lamenta il piddino Stefano Ceccanti – che trent’anni fa le preferenze erano considerate il peggiore dei mali». Non bisogna meravigliarsi: «La dilagante mediocrità di oggi osserva Gianfranco Rotondi, che custodisce il simbolo della Dc come se fosse il sacro Graal – spinge la gente a pensare che il tanto bistrattato passato non era poi così male. Se io fossi Berlusconi archivierei Forza Italia e rifonderei la Democrazia Cristiana. Arriverebbe al 30%».


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