L’ora più buia per il premier: prova a riscrivere il Recovery

Conte non è Churchill, a cui si paragona. E stritolato tra il Covid e Renzi, dovrà cedere su tutta la linea

Va bene, non sarà Churchill e non avrà la sua tempra. Ma adesso anche il nostro Winston Conte sta vivendo la sua ora più buia. Stretto tra il Covid in ripresa, il programma per il Recovery giudicato impresentabile, da buttare, e Renzi che lo vuole via da Palazzo Chigi, il premier è alla caccia affannosa di una via di fuga. Che fare? Cedere sulla tutta la linea e farsi commissariare, sperando che basti? Cercare degli impossibili numeri in Parlamento per sostituire Italia viva? Riconsegnare il mandato a Mattarella contando su un reincarico? Gelo dal Quirinale. «Il presidente del Consiglio sei tu», gli hanno ricordato, che è un po’ la stessa cosa che sostiene Matteo Renzi: «Dipende tutto da lui». Dunque Conte è solo, accerchiato, col fiato corto, e non gli resta che giocare l’ultima carta: riscrivere il piano per i 209 miliardi europei come chiede Iv, meno sussidi e più investimenti, e sbracare sul resto. Sarà sufficiente per sfamare la belva? Il Rottamatore si accontenterà?

I segnali non sono incoraggianti, Renzi racconta in giro che negozierà soltanto dopo la sua uscita di scena. Forse per la crisi aspetterà, magari le due ministre di Iv non si dimetteranno oggi ma domani, tanto per concedere alla trattativa altre 24 ore, o chissà, aspetteranno il Consiglio dei ministri del 6. Però già al vertice pomeridiano sulle misure anti-pandemia non tira una buona aria. Teresa Bellanova, ad esempio, spara a zero sull’organizzazione dei vaccini e demolisce l’idea di rivedere i parametri di contagio Rt: «Il solo messaggio restare a casa non basta più. E il patto di Natale con le categorie penalizzate va mantenuto con degli indennizzi per i ristoratori. Bisogna dare certezze, uscite dallo stallo, fare qualcosa».

Appunto, «fai qualcosa» è quanto gli chiedono da giorni dal Nazareno. E se persino un antirenziano doc come Luigi Zanda arriva dire che Matteo ha ragione perché «serve un vero chiarimento politico e Conte non può pensare di scansarlo», significa che il Pd ha deciso di non seguire il premier nello scontro finale in Parlamento. Anche Luigi Di Maio si tiene alla larga e oggi incontrerà Zingaretti per concordare le prossime mosse. Ora, dopo le perplessità di un tipo navigato come Franceschini, pure il presidente del Consiglio si sta rendendo conto dell’impraticabilita dell’operazione responsabili. «Anche se trovassimo i voti, ne usciremmo massacrati. Non si può gestire un’emergenza del genere con una maggioranza raccogliticcia». Tra l’altro, se Winston deciderà di sfidare il Parlamento e andrà sotto, può scordarsi che il capo dello Stato gli affidi un altro mandato.

Meglio quindi aprire, seguendo lo schema elaborato dal segretario ombra del Pd Goffredo Bettini. Oltre alla riscrittura del programma per il Recovery fund, la mediazione prevede l’allargamento a Leu e Iv del struttura di controllo del piano e un robusto rimpasto. Si parla di dare il benservito alla Lamorgese, spostare Di Maio al Viminale e offrire a Renzi la Farnesina. Si profila pure un cedimento sui servizi segreti. E magari anche una retromarcia sul Mes: 36 miliardi sarebbero ossigeno per la nostra sanità.

Per tutto il pacchetto servirebbe una crisi pilotata, con un accordo preconfezionato su nomi e programmi, però Conte non è del tutto convinto. «Ha paura – raccontano dal Pd – che a metà delle consultazioni Matteo metta il veto. E addio Giuseppe».


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