L’ultima pericolosa eredità del virus: la pandemia rischia di spingere il voto verso l’ultra-destra

La sentenza della corte costituzionale tedesca sui limiti dell’azione della Bce è solo l’ultimo anello della lunga catena di manifestazioni di riaffermazione nazionale che, negli ultimi anni, hanno visto espressioni in realtà assai più dirompenti, dall’ascesa dei populisti di Salvini o di Marine Le Pen alla Brexit, al protezionismo e all’America First di Donald Trump. Se i primi dieci anni del secolo sono stati quelli della globalizzazione, insomma, il secondo decennio è stato quello del risveglio nazionalistico. Cosa ci prepara il prossimo?

L’ipotesi inquietante che arriva da uno studio della Federal Reserve di New York lega direttamente i prossimi sviluppi politici alla grande pandemia in corso. In una direzione del tutto inaspettata. Il virus, dice la Fed (che alla storia delle epidemie, in questi mesi, ha dedicato molte energie) spinge storicamente a destra. Molto a destra: nelle elezioni del 1932 e 1933, in Germania, l’onda nazionalsocialista fu drammaticamente più marcata nelle città e nelle regioni che, quindici anni prima, avevano registrato il più alto tasso di morti per la epidemia di spagnola.

La correlazione non è immediatamente evidente, se non per il fatto che l’influenza degli anni 1918-1920, colpendo in particolare i giovani, già falcidiati dalla guerra, ha condizionato la composizione demografica dell’elettorato all’inizio degli anni ’30. Ma, nel clima dell’epoca, non è detto che elettori più giovani sarebbero stati meno estremisti. Del resto, la componente demografica vale per tutta la Germania. Come valgono per tutto il paese la drammatica depressione post-1929, la disoccupazione, il peso dei debiti stabiliti dal trattato di pace. All’interno di grandi differenze regionali. Il voto per Hitler fu largamente maggioritario all’Est, in Prussia e Pomerania, regioni prevalentemente agricole e assai più contenuto (circa un terzo dei suffragi) nella Ruhr industriale.

Ma, disaggregando i dati a livello di 60 città, il ricercatore della Fed, Kristian Blickle, conclude che il tasso di mortalità per la spagnola è un indicatore di voto nazista molto più decisivo sia del tasso di disoccupazione che dei livelli salariali. Con un moltiplicatore sorprendente: basta una differenza anche inferiore allo 0,5 per cento nella quota di vittime della pandemia, rispetto alla popolazione, fra una città e l’altra per determinare un aumento del voto per Hitler fra l’1,3 e il 3 per cento.

Questo scarto si registra a parità di tassi di disoccupazione e livelli salariali, di tendenze politiche (testimoniate dai voti nelle elezioni precedenti) e anche con lo stesso mix etnico e religioso (la proporzione di cattolici e ebrei nella popolazione). E’ l’eredità della spagnola, dunque, a spingere verso i nazisti. E, ma con assai minor forza, la spesa pro capite delle amministrazioni municipali, inferiore nelle città più colpite dalla pandemia e, di conseguenza, con una economia presumibilmente più debole. A farne le spese soprattutto la scuola, suggerendo una maggior isolamento culturale degli elettori pronti a schierarsi con Hitler.

Per Hitler e non, in generale, per una scelta estremista. Il voto per i comunisti, nelle elezioni del ’32 e ’33, non sembra aver alcun rapporto con l’eredità dei decessi della spagnola. Anzi, il voto al partito comunista, nelle zone più colpite, quindici anni prima, dall’epidemia scende, rispetto alle elezioni precedenti. E non è, in generale, una maggior povertà e precarietà sanitaria, che sarebbero testimoniate dai più pesanti effetti della spagnola, l’elemento chiave. La tubercolosi, in quegli anni, era una malattia endemica a larga diffusione, ma la sua maggiore o minore presenza sembra non aver nessuna influenza sulle scelte elettorali all’inizio degli anni ’30.

La tbc, d’altra parte, era un male ben conosciuto e familiare. Al contrario della spagnola, venuta da fuori. Blickle azzarda che la motivazione pronazista sia soprattutto psicologica: la paura dell’altro, dell’estraneo, da incolpare del nuovo male. Le aree dove il rapporto spagnola-nazismo è più evidente sono le stesse in cui erano più frequenti i pogrom contro gli ebrei, accusati di diffondere, come nel 1348, la peste. Altri tempi, per fortuna. Ma, per certi versi, il copione della politica non cambia: come dimostrano le polemiche sulle responsabilità della Cina di Xi nella diffusione del coronavirus.
 



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