Mattarella stufo: il premier non decida tutto da solo

Primi segnali di insofferenza. Il Quirinale si muove in prima persona con Berlino e Parigi

Roma. Norme «eterogenee», non «attinenti», infilate a forza nel decreto Semplificazioni. Provvedimenti che non c’entrano nulla, misure che cambiano la vita e le abitudini delle persone «nemmeno discusse in aula» e da applicare subito. Insomma, un pacchetto già chiuso e confezionato: prendere o lasciare. No, caro Conte, così non va. Irritato è dir poco, stavolta Sergio Mattarella è davvero stufo. Il premier deve cambiare rotta, non può pretendere di decidere tutto da solo. Ecco infatti il capo dello Stato che scende in campo.
Il Quirinale aspettava di esaminare un testo con 65 articoli e 305 commi sull’innovazione digitale e il contenimento della burocrazia, è arrivato invece un malloppo con quasi cinquecento articoli dove dentro c’è di tutto. Sono tanti gli argomenti «non riconducibili», che «non attengono» e che fanno infuriare il Colle. La firma presidenziale, quella arriva, perché non se ne può fare a meno. «Ho proceduto alla promulgazione soprattutto in considerazione della rilevanza del provvedimento e della difficile congiuntura economica», spiega. Potendo, avrebbe rispedito il decreto al mittente. In futuro, avverte, «il governo vigili affinché non vengano più inserite norme eterogenee». È una questione di rispetto della democrazia, «il Parlamento deve essere messo in condizione di lavorare in piena coerenza del dettato costituzionale».
Dunque, Mattarella dà i primi segni di insofferenza. Tempo fa il Quirinale aveva criticato l’abuso dei decreti del presidente del Consiglio, una discutibile scorciatoia sopportabile nel periodo nero dell’emergenza Covid, in primavera, quando c’erano da prendere decisioni rapide, ma poi proseguita ancora senza motivo, finché il Colle ha detto basta. Ora il decreto omnibus, una pratica da vecchia Prima Repubblica, un sistema per far passare delle misure senza troppi problemi parlamentati. Eppure tanto decisionismo non si vede sulla questione più importante, il piano si sviluppò da presentare all’Europa per ottenere gli aiuti. Servirebbero decisione, polso, idee chiare, programmi mirati. Invece ci sono soltanto capitoli vuoti. Chiacchiere senza visioni.
Da qui la scelta di Mattarella di lanciare una forte iniziativa diplomatica. Il capo dello Stato infatti è preoccupato, quei 200 e rotti miliardi promessi dalla Ue non sono in banca come molti credono. Anzi, la strada per ottenere i fondi si è fatta più in salita. L’Olanda, sollevando il caso del rispetto sostanziale dei diritti umani e democratici in Ungheria e Polonia, sta cercando di inceppare il meccanismo delle erogazioni. A Bruxelles aspettano il piano italiano con un misto di apprensione e disincanto. Se poi aggiungiamo il ritardo già accumulato da Roma, si capisce perché sul Colle si sia acceso il campanello dell’allarme rosso.
E così, dopo un estate defilata, Mattarella ha scelto di riprendere in mano le redini. Conte non si può sostituire, non adesso comunque, forse nemmeno tra qualche mese. Però si può commissariare. Giovedì il capo dello Stato incontrerà a Milano il presidente tedesco Frank-Walter Steinmeier, qualche giorno più tardi volerà all’Eliseo per vedere Emanuel Macron: Berlino e Parigi sono i nostri due alleati migliori, sono loro che hanno sbloccato la partita del Recovery Fund, sono loro che possono aiutarci ancora.


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