Messico a secco di birra: prezzi alle stelle, l’industria esportatrice rischia il collasso

Il Messico è rimasto a secco: ha finito la birra. Non si produce più da un mese e le scorte si stanno esaurendo. Restano quelle dei negozi, poca roba, che stanno andando a ruba. Con i prezzi che si sono gonfiati fino al 30 per cento grazie ai soliti speculatori. Ma entro la fine della settimana non ci sarà più una bottiglia, avvertono preoccupati gli industriali del settore. 

A rischio non è solo il mercato nazionale, il primo per consumo al mondo, ma l’esportazione: su 124,5 milioni di ettolitri, 40,1 sono destinati all’estero. Un valore di 4,85 miliardi di dollari, il 25 per cento delle esportazioni agroindustriali del paese nordamericano già sceso a 4,76. Ricorda Karla Siqueiros, presidente della Brewers e direttrice generale della Confederazione industriali del settore: “Il Messico è il numero uno a livello globale nell’esportazione di birra. Adesso non stiamo producendo, gli impianti sono fermi ma abbiamo anche molte spese. Rischiamo di passare da potenza esportatrice a importatori. L’impatto della mancata attività è evidente. Si riflette sull’economia”. 

E’ stato il governo Obrador a ordinare un mese fa, quando il Covid-19 si è affacciato da questo lato dell’Atlantico, la sospensione delle produzioni. La birra non era considerata un prodotto essenziale. Per realizzarla serve l’acqua e visto che scarseggia in molte zone del Messico dove la gente ha bisogno di lavarsi spesso per proteggersi dal virus si è deciso di fermare le macchine. I rivenditori hanno fatto incetta delle scorte ma presto sono finite e i distributori non sono stati più in grado di rifornirli. Con le città deserte e i centri commerciali chiusi, le classiche confezioni da sei lattine o bottiglie sono rimaste solo nei piccoli negozi di quartiere che le vendono a prezzi esorbitanti. 

La Corona, nome sfortunato in questo periodo, ha subito un tracollo sin dall’inizio. Ma il blocco del governo ha messo in crisi anche gli altri grandi marchi, Dos Equis, Tecate, Carta Blanca, Schneider, Sub, Heineken. Gli effetti sono stati a catena: chiuse le fabbriche, impianti fermi, 5 mila famiglie di agricoltori senza più lavoro, crollo dei consumi e delle esportazioni. Rischia il tracollo un comparto che impiega 250 mila persone. Per contenere le perdite dell’anello più basso della filiera, le industrie hanno comprato dai contadini le 180 mila tonnellate di orzo che avevano ordinato. Un po’ di ossigeno per tirare avanti. Ma il resto, botteghe, ristoranti, bar e altre decine di migliaia di rivenditori sono rimasti senza più birra. E’ aumentata molto la vendita di alcolici, tequila in testa. La maggioranza della gente si accontenta delle bevande gassate. 

“Non sappiamo quando sarà revocato il blocco”, dice a El Universal Karla Siqueiros. “Prima doveva essere il 30 aprile, adesso è stato spostato al 17 maggio. Noi siamo pronti a riaprire e la filiera ha bisogno di riprendere a lavorare. In tutti i paesi colpiti dalla pandemia l’industria della birra è stata considerata essenziale per il valore che rappresenta. Negli Usa, Spagna, Regno Unito, Italia e Cina non hanno mai interrotto la produzione. Da noi è stato diverso. Non possiamo uscire dal mercato. La birra è il Messico, pagheremmo prezzo troppo alto”.



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