Nei verbali la verità agghiacciante: il quindicenne era il più indemoniato

E il congolese lo fermò gridando: “Sono il più grande, tocca prima a me”. Ecco la ricostruzione della notte di terrore a Rimini.

Rimini – Li cercavano fra gli sbandati e i disperati della costa, invece si nascondevano fra le colline delle Marche.

Non a Rimini, nel divertimentificio del Belpaese, ma in uno dei mille borghi di un’Italia antica e civile, un piccolo paese di quindicimila abitanti con diversi nuclei, ma dove tutti si conoscono. I dettagli non sono ancora noti, ma certo con questo crimine si affaccia prepotente sulla scena del crimine la seconda generazione, quella dei figli dei migranti che avevano cercato fortuna e benessere nel nostro Paese. Si, i due fratelli marocchini e l’altro minorenne, il nigeriano, sono nati in Italia, presumibilmente da famiglie integrate, con lavoro e permesso regolare di soggiorno. Solo il congolese, al momento l’unico latitante, appartiene al girone dei richiedenti asilo. Insomma, a quel limbo che se la gioca sul bordo della clandestinità, cercando di strappare lo status di profugo. Gli altri no.

I genitori hanno aperto la strada, loro l’hanno chiusa partecipando a questo raid selvaggio, intollerabile. Avevano piccoli precedenti, furto e spaccio, segno che qualcosa non quadrava, ma nulla che lasciasse presagire questa esplosione di violenza. E invece nello scrigno prezioso di un paese dove non era mai successo nulla, lontano dalle grandi rotte e sconosciuto ai più, covavano pulsioni incontrollabili che ora mettono retrospettivamente paura. Come è possibile, che cosa non ha funzionato?

Due fratelli marocchini. Un nigeriano. Tutti, anche il congolese, in un fazzoletto di terra, lontano dai barconi, dalle traversate del Mediterraneo, dai campi profughi. E agli antipodi rispetto alle banlieue spettrali della periferia parigina, dove una parte della seconda generazione è stata contaminata dal virus jihadista e ha inventato nuove, terrificanti forme di terrore.

No, qui emerge un’altra realtà altrettanto sconvolgente: giovani ormai quasi italiani che ripagano il Paese che li ha accolti commettendo crimini odiosi. I due fratelli sono nati a Urbino e a Montebelluna e a Urbino è venuto al mondo pure il nigeriano. «Li abbiamo educati bene», sibila un investigatore. Ora sociologi, insegnanti, esperti ci spiegheranno il perché di tutto questo. Certo, i loro profili su Facebook rimandano ai loro coetanei tricolori: gli stessi desideri, lo stesso abbigliamento, gli zainetti e i cappellini, le mosse al ritmo di un rap, la voglia di sballo nelle città più vicine, Rimini o Pesaro. La noia che scava, aiutata dalle canne fumate. Italiani questi ragazzini sarebbero diventati al compimento dei 18 anni, anche senza lo ius soli. Restano invece i verbali delle vittime, agghiaccianti, e ancora più sconvolgente è scoprire che il più piccolo era il più indemoniato. Tanto che il congolese ad un certo punto gli gridò: «Sono il più vecchio, tocca prima a me». Il Giornale.it