“Noi infermieri, il virus e il paradosso del gatto”

Oggi è la giornata mondiale degli infermieri. Siamo stati proclamati eroi durante l’emergenza sanitaria, solo a parole, dopo le “bastonate” degli anni scorsi, i continui tagli di personale. Non affronto questo aspetto, una storia che già conosciamo tutti, vi racconto invece il paradosso del gatto. Si accoglie un gatto in casa perché serve ai bambini per crescere, perché fa tenerezza, perché è stato salvato dalla strada. Ma il vero motivo per cui lo si fa è perché lo si vuole fare, perché esiste un livello di empatia che si è pronti a raggiungere. Poi, dopo una pipì fuori dalla cassetta e qualche miagolata notturna si iniziano a odiare i gatti. Ecco il paradosso: un minuto fa era il batuffolo più bello del mondo e ora siete pronti a buttarlo dalla finestra.

Il lavoro di infermiere è un po’ così. Ne sei affascinato perché puoi aiutare gli altri, puoi fare qualcosa di utile. Poi, alla prima difficoltà, al primo calo psicologico odiamo con tutte le forze il lavoro che abbiamo scelto. Non è sempre facile da accettare ma è quello che ci succede, che è’ successo anche a me che lavoro con malati oncologici gravi di tutte le età.
 

Forse perché a noi manca un faro nella notte, un personaggio, una frase detta al momento giusto che indirizzi la nostra speranza, le nostre aspettative e soprattutto ci rincuori. Un Patch Adams degli infermieri. Perché noi dovremmo essere così, preparati e seri ma pronti a scherzare con i pazienti, a non farli sentire come oggetti in una grande struttura da cui non sanno nemmeno se usciranno vivi. L’emergenza sanitaria sta amplificando questa sensazione. 
 
Mi permetto di parafrasare il discorso di William Wallace dal film Braveheart. Cosa faremo senza la nostra missione? Credete che un altro mestiere ci possa soddisfare? O dobbiamo combattere? Non fra noi stessi, dobbiamo combattere il male, il dolore, le malattie e soprattutto l’ignominia contro le persone. Chi combatte può farsi male. Chi fugge resta vivo, per un po’. Senza onore, senza aver dimostrato di cosa noi tutti siamo capaci.

Anche noi un giorno saremo agonizzanti in un letto. Siate sicuri che sognerete di barattare tutti i giorni che avrete vissuto per avere l’occasione di migliorare la vita o quel che ne resta, delle persone che ci troviamo di fronte. Perché solo quando siamo al limite, allo stremo, al punto di non ritorno, iniziamo a capire cosa significhi trovarsi in quello stato e quanto bisogno abbiamo anche solo di un singolo secondo di comprensione. Di umanità.
 
So cosa significa trovarsi a fine turno stremato per aver visto morire in malo modo troppe persone. So cosa significa sentirsi impotenti mentre ti trovi a pensare “se avessi fatto…” e non sai nemmeno tu cosa. So benissimo come si sta quando incontri gli sguardi di amici e parenti, dei malati, dei moribondi, dei medici e dei colleghi, quando le cose vanno male. So anche molto bene che noi, tutti, ognuno nel proprio piccolo, possiamo fare tanto. In un piccolo gesto ci può essere dentro tanto. 
 
Ho la fortuna di insegnare ai giovani. Cerco di condividere con loro le mie esperienze. È una professione, fatta di rapporti umani con le persone, con i medici con cui abbiamo anche un rapporto professionale. Nessuno dice che è facile. 
 
Ho avuto la fortuna di avere come riferimento un’insegnante speciale, Marzia Canossa. Mi ha insegnato a tenere gli occhi sul paziente, a non guardare solo le macchine ma andare oltre. Sfruttare un pizzico di istinto. L’istinto si acuisce utilizzandolo, esercitandolo ogni giorno.
 
Sto parlando di “infermieristica”,  una parola tecnica ma che riassume il senso del nostro lavoro. Ecco l’infermieristica che vorrei è quella del “essere” e non del “fare”. Sembra una frase fatta anche di poco senso. Ma per chi è pronto a combattere, a dare qualcosa di sé e a tirar fuori le proprie capacità (non solo intellettuali), questa frase ha un senso profondo, a volte difficile da realizzare ma non da comprendere.  

Il benessere dei pazienti è lì, a pochi passi da noi. Si tratta di volontà e qualche volta di capacità di chi insegna la forza stessa della vita. Guardiamo e puntiamo a quella scintilla per ottenere qualcosa di vivo, umano, intenso. Non ho detto che è facile. 
 

Quando questo accade, arrivano i grandi risultati. Scordatevi di ricevere i ringraziamenti dei colleghi, dei medici, della struttura per cui lavorate. Scordatevi di vedere la vostra foto rimbalzare sui social come eroe dell’anno. Scordatevi addirittura di riscontrare gratitudine nei pazienti. Però lo avrete fatto per voi, lo avrete fatto per gli Infermieri. 

Spesso un SMS di uno studente che inizia a capire come funziona questo meccanismo magico, astrale, indefinito, ti rende felice. Un messaggio da conservare per i giorni più bui. Chi ha già provato queste sensazioni sa cosa significa anche se non sa esprimerlo.
 
Il frutto del nostro lavoro spesso non riusciamo nemmeno noi a capirlo. Quando si prova quell’umanità, il lavoro è più appagante di uno stipendio consistente. Non scordiamo chi siamo, ognuno di noi ha grandi responsabilità, grandi aspettative. Per questo motivo dobbiamo festeggiarci tutti, nella giornata mondiale degli Infermieri.

*Lavora come infermiere nel reparto oncologico dell’ospedale maggiore di Parma e insegna nel corso di laurea in Infermieristica



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