“Ortodossi o governisti: venti di scissione nei 5S

Le tensioni nel M5s sono legate principalmente alla linea politica da seguire e alle rendicontazioni. Al Senato gli “ortodossi” hanno i numeri per far cadere il governo

L’essere al governo, prima con la Lega e poi con il Pd, non ha fatto bene al M5s. Da due anni, ormai, i pentastellati stanno vivendo una fase travagliata condita da polemiche interne, scontri e prese di posizioni anche contro i vertici.

L’ultima ad alzare la voce è stata Barbara Lezzi che su Facebook, tra le altre cose, aveva scritto: “Sarà che non faccio parte del club dei ‘tutti pazzi per Mario Draghi’ ma se questo deve essere il M5S, quello raccontato oggi da Di Maio, possiamo tranquillamente dire che fino ad ora abbiamo scherzato, giocato o forse tradito”. L’esponente grillina aveva così replicato al ministro degli Esteri che aveva lanciato la proposta di un patto organico con i dem in vista delle amministrative.

Ad agitare il Movimento non vi è solo il tema della linea politica. A scatenare il malcontento tra i parlamentari vi è la questione Rousseau e dei 300 euro mensili da versare per la piattaforma. I motivi di tensione, con il passare delle settimane, si accumulano. Prima o poi il rischio che si verifichi un botto, in questo caso una scissione, aumenta esponenzialmente. Ma davvero c’è questa possibilità? Nulla si può escludere, soprattutto perché le cose tra i pentastellati cambiano in modo repentino.

Lo scontro più duro è tra quelli che posono essere definiti “ortodossi” e i “governisti”. I primi possono essere considerati i più idealisti in quanto vogliono che il M5s torni alle origini, i secondi sono più orientati a restare nei Palazzi che contano anche se questo significa cancellare le proprie radici. Come racconta il Corriere della Sera, i “governisti” vogliono spingere per un radicale cambiamento del Movimento ma temono la scissione tanto che provano a frenare: “Manca un progetto, una struttura e in questo momento anche una guida: difficile ipotizzare uno strappo”. Non si parla quindi di una scissione immediata ma non si esclude che qualcuno tra gli “ortodossi” possa lasciare

I due schieramenti si stanno contando. L’ala “ortodossa”, che per motivi diversi include Davide Casaleggio e Alessandro Di Battista, potrebbe contare su una trentina di deputati e tra i quindici e i venti senatori. Questi esponenti sono tutti accomunati dall’idea che “il Movimento abbia tradito” i propri valori. Pochi ma abbastanza per scatenare una crisi di governo, soprattutto a Palazzo Madama dove la maggioranza giallorossa non dispone di grossi numeri.

A Bruxelles i rapporti sono diversi: qui, infatti, gli “ortodossi” sono in maggioranza. Sembra, però, che il malcontento verso il nuovo corso si registri anche a livello regionale. Basti pensare che i pentastellati di Puglia e Marche hanno preferito andare da soli al voto, resistendo alle forti pressioni per siglare un accordo con i dem, arrivate dall’interno del Movimento e dagli stessi alleati del Pd .

Qualcosa, seppur non in maniera visibile, starebbe accadendo. “C’è molto movimento all’interno del gruppo in questa fase”, assicurano i ben informati. Lo stesso Di Battista dice sibillino: “Quando tornerò in prima linea lo farò solo per i miei ideali”. Ulteriori tensioni sui ritardatari delle rendicontazioni si vedono già all’orizzonte. I duri e puri chiedono rigore: nessuna deroga stavolta per chi è in ritardo di mesi con una delle norme “identitarie” dei Cinque Stelle. I “governisti” sono più cauti perché sanno che se qualche collega viene espulso, il governo rischia. “Se prevarrà la linea dura sarà una mattanza, sarà quella la vera scissione”, dicono nel Movimento, ricordando l’elevato numero di parlamentari che devono versare gli arretrati, non solo i 300 euro mensili per la piattaforma Rousseau ma anche le altre voci prevista dalle rendicontazioni.

La tensione sale sempre più. Il rischio è che lo scontro possa ulteriormente indebolire il Movimento alle Regionali, dove per i grillini si prevede una disfatta. Se così sarà per il Pd potrebbe essere un bene. A quel punto con un M5s allo sbando e punito dagli elettorali per i dem sarebbe più facile gettare le basi per un’alleanza organica. In questo caso, però, i pentastellati sarebbero “soci di minoranza” del patto e poco potrebbe fare per ribaltare le posizioni.


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