“Padroni” stremati, altro che pagare

Sembra essere riemerso dall’inferno degli anni Settanta uno slogan comparso su un edificio pubblico in centro a Torino: “Facciamo pagare la crisi ai padroni”.

Una frase choc sui social può colpire duramente, ma una scritta analoga impressa con la vernice spray su un muro raddoppia il senso di fastidio, soprattutto per la componente di vandalismo che per il cittadino comune resta intollerabile.

Sembra essere riemerso dall’inferno degli anni Settanta uno slogan comparso su un edificio pubblico in centro a Torino: «Facciamo pagare la crisi ai padroni». Non manca nulla rispetto ai messaggi vetero-marxisti di un’altra epoca: la scritta rossa in stampatello gigantesco, la parola «padroni» calcata in nero come equazione tra il datore di lavoro e il dittatore fascista. E infine la rivendicazione: Fgc (Fronte della gioventù comunista) con un’inequivocabile falce&martello come grottesca riproposizione di dottrine sconfitte dal tempo e dalla storia.

Nel Paese in cui tutti si sono improvvisati virologi ed epidemiologi, sono attivi più che mai gli economisti da strada, quelli che con un urlo sguaiato cercano di scuotere la popolazione proponendo ricette così populiste da risultare indigeste agli stessi populisti.

La crisi economica dell’Italia, in atto da oltre un decennio, è stata aggravata dall’epidemia virale che ha sconvolto il mondo. Non c’è da ridisegnare un modello capitalistico, ma sperare che il contagio svanisca in fretta e che le attività produttive e commerciali possano ripartire a pieno regime. Magari con un’equa politica governativa di ristori che invece pare vanificata da interventi cervellotici e bonus irrilevanti sparpagliati qua e là. Il furore neo marxista di individuare i colpevoli della situazione, ovviamente i «padroni», appare un colossale abbaglio classista che serve solo a sporcare un muro. Il Covid non ha portato ad arricchimenti ingiustificati. Le aziende che si sono convertite in fretta e furia alla produzione di mascherine o presìdi di sicurezza hanno forse evitato chiusure definitive. I supermercati e gli alimentaristi hanno garantito a tutti gli italiani i beni di prima necessità senza speculazione sui prezzi che sono rimasti sostanzialmente inalterati. Non basta? Dobbiamo tassarli ad hoc per dimostrare che lo Stato di diritto si trasforma in controllore poliziesco dell’iniziativa privata?

Parlate con le centinaia di migliaia di «padroni», stremati e impoveriti. Parlate con i ristoratori azzerati dallo smart working e dal blocco della circolazione delle persone. Gli hanno chiuso i locali, riaperti e richiusi. Quelli che lavorano solo con l’asporto sono in perdita ma almeno sono riusciti a salvare qualche stipendio. Parlate con «padroni» che hanno anticipato di tasca loro la cassa integrazione ai collaboratori visti i ritardi nell’erogazione: sono tantissimi. Altro che farli pagare, li hanno distrutti. Come i «padroni» con qualche dipendente bloccati dai continui lockdown: lavori di imbiancatura rinviati in primavera, sostituzione di impianti a data destinarsi, la manutenzione dell’auto lasciata in sospeso, l’acquisto dell’abito rimandato per mesi. Ecco i nuovi nemici del popolo, messi alla gogna a caratteri cubitali. Ma che vergogna.


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