Patente di immunità, a cosa serve davvero?

I patentini di un tempo erano obbligatori per guidare la moto a 16 anni. Problema superato. Oggi, il patentino-tessera, quello che certifica il tuo stato immunitario, dovrebbe servire per dimostrare che Covid-19 non mette a rischio nessuno. Né il titolare del documento, né tanto meno le persone con cui si è o si è stati in contatto. E a patentino ottenuto, il significato sarebbe inequivocabile. Come dire “sta tranquillo, non sono un potenziale killer”. Giusto o sbagliato? Da giorni è al centro della discussione scientifica, tra chi punta a legittimarlo e chi, invece, ne prende le distanze. Anzi, più che prenderne le distanze, ne sottolinea la scarsa efficacia (o la totale inutilità) se concepito secondo modalità e percorsi diagnostici attualmente disponibili.

Che cos’è l’immunità?

Va chiarito in premessa cosa s’intende per immunità e cosa garantisce rispetto al contagio. Immunità e difesa sono sinonimi, e chi le rappresenta sono gli anticorpi. Ne abbiamo di tantissimi tipi, ognuno con il suo ruolo difensivo. Quando scatta l’immunità? A monte c’è il viaggio che compie il virus, una volta insinuatosi nel nostro organismo. Come ogni ospite che si rispetti, appena trova una porta aperta, si accomoda nel nuovo ambiente e cerca di replicarsi. In media, per soddisfare questo primo step, Covid-19 impiega fino a tre giorni, poi, dopo aver preso possesso della nuova casa, induce la manifestazione dei sintomi. E questo avviene tra il settimo e il quattordicesimo giorno.

Il meccanismo

È il momento in cui può innescarsi il meccanismo immunitario, cioè di difesa dall’attacco virale, con l’attivazione degli anticorpi IgM, acronimo delle ormai famose immunoglobuline M, che accorrono per attaccarsi a una piccola parte del virus da sconfiggere, l’antigene. Poi, successivamente, dopo le IgM che possono, se presenti, identificarsi nella fase di malattia, compare nel sangue una seconda guarnigione di anticorpi, le IgG o immunoglobuline G. Rivelano, in genere a 20-24 giorni dall’ingresso del virus, lo stato di infezione “pregressa”, se cioè quest’ultimo ha soggiornato – talvolta anche senza dare segni manifesti della sua presenza (paziente asintomatico) – all’interno del nostro corpo, venuto  a contatto con il suo antigene.

Cercando gli anticorpi

In laboratorio si persegue proprio questo obiettivo: cercare la presenza di anticorpi IgG diretti contro SARS-Cov-2 per confermare l’infezione avvenuta. La particolarità di queste immunoglobuline è che, anche a guarigione raggiunta, loro continuano a circolare nel sangue. Insomma una traccia di memoria del passaggio del virus e, quindi, dell’infezione pregressa. I dubbi sollevati riguardano la possibile, ma non certa, capacità infettante residua e il valore protettivo che potrebbero avere, ma anche di questo non abbiamo certezza, nei confronti di una eventuale reinfezione.

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Le garanzie

Torniamo al tanto discusso  patentino. Per renderlo realistico dovremmo dare per buone le risposte che arrivano dal laboratorio. E invece no. «Il principio di immunità dovrebbe identificarsi in un certificato che permette di affermare che una persona non è infetta, non è infettante e non si infetterà», esordisce il professor Carlo Federico Perno, ordinario di Microbiologia e Virologia al Niguarda di Milano, «Adesso, per avere la certezza che non sia infetta e che non sia infettante è imprescindibile l’esecuzione del tampone (test che individua se c’è, come in una fotografia, il coronavirus nelle mucose respiratorie, ndr), mentre solo per escludere che non ci si infetterà è utile la ricerca  degli anticorpi (test sierologico su sangue)».
Ma anche questa garanzia di full-protection non è sempre e del tutto scontata. «Per non reinfettarsi infatti non servono gli anticorpi tout court, ma quelli “neutralizzanti” in grado di rendere immune una persona dal virus», continua Perno, «sappiamo che tutti i virus innescano il meccanismo di difesa grazie agli anticorpi: alcuni sono neutralizzanti, altri no. Ecco perché per avere patente immunità non solo è necessario essere non infetto e non infettante, ma anche possedere gli anticorpi neutralizzanti».

I test sierologici disponibili sono inutili

I test sierologici oggi disponibili, soprattutto quelli rapidi che si eseguono attraverso una goccia di sangue, ricercano infatti gli anticorpi, senza informarci sulla quantità delle IgG e sulla loro efficacia reale. «Tutti quelli finora disponibili in commercio, nessuno escluso, non quantificano e non rivelano se sono neutralizzanti. Agli effetti pratici? Del tutto inutili, perché con questi limiti, non sono in grado di farci capire se possono impedire una reinfezione».

Sperando di trovare la patente giusta

Ne consegue anche la loro incapacità a identificare gli individui immuni cioè protetti. E, a sua volta, aggiunge Perno, «non servono per la validazione sanitaria ai fini della ripartenza. Tra l’altro, di solito hanno scarsa sensibilità, al punto che in alcuni casi determinano falsi negativi. Quindi, con gli strumenti disponibili fino ad oggi, la patente di immunità è letteralmente impossibile da dare, anzi diventa fuorviante». Rimane la speranza nella ricerca frenetica in corso, visto che sono già in avanzatissima sperimentazione, e prossima disponibilità , test anticorpali di ultima generazione che potrebbero fornire le info necessarie a scovare quanti anticorpi ci sono e a selezionare quelli neutralizzanti. D’altronde, abbiamo ancora un po’ di tempo prima del 4 maggio, conclude lo scienziato, e l’auspicio è riuscire a dare prossimamente la patente, e quindi porta aperta, ma  con gli strumenti di nuova generazione».

 
 
 



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