Pedersoli, La Dolce Vita un racconto di famiglia

VENEZIA – Non certo casualmente a Venezia 77 due film documentari hanno il potere di riportarci ai tempi di un cinema glorioso, parlando di capolavori come Roma Città aperta e Umberto D, come La Dolce Vita, mostrando chicche d’archivio, memorabilia, documenti inediti, ma soprattutto raccontando il cinema da dietro la cinepresa, dalle persone che lo fanno, da geni speciali, da personalità particolari e dopo averli visti entrambi – The Rossellinis (I Rossellini) di Alessandro Rossellini alla Sic, che pure con affetto smonta il mito di nonno Roberto e restituisce l’immagine di un clan molto complicato, e La verità sulla Dolce Vita di Giuseppe Pedersoli che invece è un omaggio al produttore glorioso Peppino Amato – la curiosità e l’emozione si uniscono alla nostalgia per un’epoca davvero incredibile.

“Alla caparbietà di mio nonno – dice all’ANSA Giuseppe Pedersoli che è sì il figlio di Bud Spencer, ossia Carlo Pedersoli, ma anche il nipote di Giuseppe detto Peppino Amato – l’uomo senza il quale il capolavoro di Fellini non si sarebbe mai fatto”. Il film sulla Dolce Vita unisce documenti incredibili come le lettere che si sono scritti Federico con Peppino e con il socio recalcitrante Angelo Rizzoli a parti di finzione (con Luigi Petrucci) ed è prodotto da Gaia Gorrini in associazione con Istituto Luce – Cinecittà che lo distribuirà in sala, con un tour di proiezioni evento dal 15 settembre dopo la premiere al Lido oggi fuori concorso. Nel film tra le tante immagini che fanno capire davvero ‘l’avventura’ del cinema c’è Dino De Laurentiis che scambia con Amato – come fosse una figurina – Fellini, che aveva in esclusiva per quattro anni, con La Grande Guerra. Amato amava il soggetto della Dolce Vita che era fermo da tempo, perché De Laurentiis non si decideva e costava un patrimonio, e fece opera di persuasione fino a provocare il baratto. Amato è dietro anche capolavori come Umberto D e Roma Città Aperta, “dai quali poi si ritirò: era ossessionato dai film che non aveva fatto”.

Ci sono immagini già viste come il racconto di come Marcello Mastroianni fu convinto da Fellini a fare il film – “mi venne a trovare a Fregene dove ero con Flaiano e con quella voce da flauto magico mi disse ‘caro Marcellino sto per fare un film ma Dino De Laurentiis vuole Paul Newman io invece una faccia qualsiasi, la tua’ ma io, dice Marcello, anziché esserne umiliato gli dissi ‘eccomi, sono pronto’ – ma anche le lettere autentiche di corrispondenza, cimeli conservati con dentro le liti furibonde tra i produttori, la gloria di Cannes dove La Dolce Vita vinse la Palma d’oro grazie alla giuria presieduta da George Simenon. “Più che un racconto scolastico – prosegue Pedersoli che esordisce come regista, ma è produttore da sempre – volevo restituire un’emozione. La narrazione del cinema ha un debito su certe figure professionali come i produttori. Peppino poi era speciale, un pioniere, dotato di un intuito incredibile, scaltro, furbo. Sentivo un debito di riconoscenza verso un uomo così geniale da non fermarsi davanti a nulla, tenace nel perseguire i suoi sogni anche contro tutto e tutti, come accadde per La Dolce Vita che nessuno voleva fare tranne lui e per il quale chiese la benedizione di Padre Pio”.

Sessant’anni dopo La Dolce Vita, nel centenario della nascita di Fellini, il racconto ammirato di Pedersoli rende giustizia ad una persona ormai dimenticata. Si parlava della Dolce Vita in casa? “No – risponde – non c’è stato il tempo, tre anni dopo esplose la carriera di mio padre Carlo e in famiglia si parlò solo di Bud Spencer”.


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