Picone, Paesaggio con rovine

GENEROSO PICONE, PAESAGGIO CON ROVINE. IRPINIA, UN TERREMOTO INFINITO (Mondadori, pp.228, 18 Euro). È nella morte deritualizzata, burocratizzata, impossibile da rappresentare e pertanto resa mostruosamente un “numero” da un algoritmo, come se si potesse in questo modo anestetizzare il dolore, che si incontrano la tragedia del terremoto dell’Irpinia e la pandemia causata dal coronavirus secondo Generoso Picone, giornalista del Mattino e autore di “Paesaggio con rovine” (Mondadori). A 40 anni esatti da quell’evento catastrofico, avvenuto il 23 novembre 1980 con epicentro a Conza della Campania, Picone torna a immergersi in una vicenda che ancora oggi sembra non trovare fine. Il parallelismo cercato dallo scrittore non è solo tra i numeri delle morti “stimate” del coronavirus e quanto accaduto in Irpinia (“2914 morti, 8848 feriti, 280.000 sfollati, nella stima di maggiore attendibilità”, oltre 77 mila case distrutte e più di 275 mila danneggiate), ma si ricollega anche con la pagina altrettanto disastrosamente tragica del 24 agosto 2016, quando a tremare fu Amatrice con la sua terra: da una frattura all’altra, nel mezzo è rimasto non solo il dolore, ma tutto ciò che, in modo colpevole (per incuria, malaffare, incapacità, superficialità) si poteva fare e invece non si è fatto. Le pagine del libro coinvolgono il lettore, proprio in questo frequente rimando tra ciò che accadde ieri e ciò che occupa il nostro presente, a dimostrazione che in fondo poco è cambiato e l’Italia resta la stessa. Sarebbe riduttivo pensare al libro come a un semplice omaggio, a un’ennesima quanto sterile celebrazione della catastrofe in occasione dell’anniversario: Picone desidera riportare alla luce la memoria più autentica dei fatti, attualizzarne la sofferenza mai sopita per chi ne è stato coinvolto in prima persona, ma purtroppo resa asettica da un racconto (come accade in ogni tragedia, anche nella pandemia) fatto di “diagrammi, comparazioni, curve, proiezioni, algoritmi”. Per cercare quella verità mai colpevolmente raggiunta, l’autore indaga su cosa è successo nel dopo sisma, racconta aneddoti, trae deduzioni, riporta dati scientifici, riflette alla luce di citazioni e pensieri di autori contemporanei e del passato: tra sentenze giudiziarie e ruberie, tra ritardi e inadempienze, il libro vuole scalfire la superficie per analizzare il ruolo della politica, i suoi passi falsi e le azioni volte solo a prendere voti e consenso, ma anche le responsabilità di classe imprenditoriale, che ha sfruttato ma non ricucito un territorio ferito, e già di suo povero e marginale. Ieri come oggi, ancora nel terremoto del 2016 e ancora nell’emergenza sanitaria della pandemia, il vuoto di idee e di progetti, la demagogia, la disorganizzazione e la faciloneria, ci portano a pensare che ancora una volta non siamo riusciti a imparare dalla storia: come è accaduto nel dopo Irpinia, anche adesso, passate la solidarietà e la mobilitazione scaturite dall’emotività della tragedia, poco si è fatto per evitare di ripetere gli stessi errori e poco resta della sofferenza vissuta. Il punto, scrive Picone, è che il “problema non starebbe nel virus o nel terremoto, nelle disgrazie naturali che continueranno a esserci, ma in come ci si prepara per affrontarle. Accantonando energie, risorse, sapienze, memorie”: ed è proprio su questo che continuiamo a sbagliare. Resta quindi desolato lo sguardo sull’oggi: “L’Irpinia del 2020 è una terra che non sa che cosa sia. Pare non volersi porre la domanda su ciò che è stato e certamente non affronta l’impegno a immaginare ciò che dovrà – se vorrà – essere”, scrive l’autore, e, di nuovo, il pensiero si rivolge a chi non c’è più, a quei “morti del 23 novembre 1980 e della pandemia da Coronavirus, temo che il loro resti un sacrificio assai poco rispettato e il sospetto mi dà rabbia, vittime senza colpevoli”. (ANSA).
   


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