Quando il bradipo era gigante. Un’evoluzione durata 35 milioni di anni

Il bradipo (Catonyx tarijensis) del Pleistocene superiore era gigante, potendo raggiungere e superare i 4 metri di lunghezza. Il solo cranio era lungo almeno 50 centimetri. Ma non solo. Una ricostruzione più dettagliata del mammifero preistorico si deve a un team di paleontologi dell’università La Sapienza di Roma che, grazie all’uso della tomografia computerizzata, ha messo in evidenza nuovi aspetti della biologia e del comportamento alimentare della specie.

Lo studio, pubblicato sulla rivista Frontiers in Ecology and Evolution, descrive il mammifero come molto più grande rispetto agli attuali esemplari delle foreste tropicali del Centro e Sud America, quadrupede e non arboricolo, ma in definitiva non così diverso. I ricercatori hanno analizzato l’anatomia interna ed esterna di un cranio completo di un esemplare dell’altopiano boliviano, studiando nel dettaglio l’osso ioide, i modelli 3D dell’encefalo, i nervi cranici e i seni paranasali.

Quando il bradipo era gigante. Un'evoluzione durata 35 milioni di anni

Il risultato dell’osservazione ha evidenziato che questo genere di bradipo ormai estinto possiede seni paranasali con sviluppo ridotto rispetto ad altre forme fossili, mostrando similitudini con quelli osservati nell’attuale bradipo didattilo Choloepus hoffmanni, un mammifero del peso di 6-7 kg con abitudini arboricole.

Inoltre, i risultati delle analisi 3D del sistema nervoso di Catonyx mostrano uno sviluppo ridotto del nervo ipoglosso, il nervo motore della lingua, che associato ad un osso ioide molto robusto indica una limitata protrusione della lingua a favore di una maggior capacità prensile delle labbra. Da questa e da altri elementi morfologici si è ipotizzato che Catonyx tarijensis fosse una forma brucatrice, tipica di ambienti con vegetazione variegata.
 

Quando il bradipo era gigante. Un'evoluzione durata 35 milioni di anni

Le analisi tomografiche sono state condotte da Dawid A. Iurino presso il laboratorio PaleoFactory del Dipartimento di Scienze della Terra di Sapienza coordinato da Raffaele Sardella nell’ambito di un progetto avviato da Alberto Boscaini del Conicet (Argentina), con la collaborazione del Museo Nazionale di Storia Naturale di La Paz (Bolivia), l’Università del Tennessee a Chattanooga (Stati Uniti).

“L’applicazione dei metodi tomografici – spiega il professor Raffaele Sardella – continua a svelare preziosi dettagli anatomici in grado di fornire ai paleontologi informazioni utili a ricostruire, con sempre maggiore precisione, la paleoecologia di questi affascinanti mammiferi che rappresentano la punta di un iceberg di una lunga e articolata storia evolutiva di 35 milioni di anni le cui radici affondano nell’Eocene”.



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