Quei cento Pd senza identità

I peccati originali alla fine si scontano sempre. Ad Adamo ed Eva andò malissimo, ai giorni nostri invece costituisce un miracolo politico il Pd, rimasto in Paradiso nonostante la sconfitta elettorale del 2018

I peccati originali alla fine si scontano sempre. Ad Adamo ed Eva andò malissimo, ai giorni nostri invece costituisce un miracolo politico il Pd, rimasto in Paradiso nonostante la sconfitta elettorale del 2018. I dem sono come un ristorante stellato di grande tradizione che riesce a stare sul mercato più per buona stampa che per qualità del menù proposto.

Il Partito democratico resta un perno di governo, oltre ad esprimere il presidente della Repubblica (Mattarella), il commissario Ue agli Affari economici (Gentiloni) e il presidente del Parlamento europeo (Sassoli). Grandi vertici, poca base. È finita da anni la suggestione del bottegone rosso che accudiva milioni di militanti dalla culla alla tomba. Senza dimenticare che in pochi anni il primo partito italiano della sinistra ha subìto due laceranti scissioni addirittura per mano degli ex segretari D’Alema, Bersani e Renzi.

Ed ecco il pagamento del peccato originale: la povertà di una classe dirigente nazionale che negli anni d’oro sapeva coprire con personaggi di rilievo varie istanze politiche, dall’ala dei sindacalisti duri e puri ai miglioristi che dialogavano con il Psi di Craxi, da molti compagni visto come un caudillo destrorso. Il dibattito interno si è affievolito, forse solo l’ex ministro Orlando si distingue per prese di posizione più ragionevoli che strumentali.

Il Partito, con la p maiuscola, non c’è più. E sicuramente ha inciso il fatto di ritrovarsi a guidare il Paese senza legittimazione elettorale. Quel sigillo che invece non manca ai governatori democratici, riconfermati in blocco nelle rispettive regioni con consensi personali ben superiori a quelli del proprio partito. Si fa fatica a citare su due piedi cinque colonnelli nazionali Pd, volti indistinti nell’anonimato politico. Ma ormai qualsiasi cittadino italiano che segue la politica sa riconoscere De Luca, Emiliano e Bonaccini, leader locali che sono riusciti a incarnare rivendicazioni nazionali, anche con uscite ipermediatiche. Il Pd nazionale di Zingaretti (governatore con mille guai graziato dai giornali amici) non è il Pd del «lanciafiamme» di De Luca e neppure il Pd dello spregiudicato Emiliano che si presenta come un grillino populista di complemento. Il governatore dell’Emilia-Romagna Bonaccini sogna di fare tabula rasa nel partito e diventare premier. Il presidente toscano Giani resta invece il custode della tradizione di una Regione rossa che non cade mai.

Cento volti, cento show, nessun Pd. Sul territorio governa chi ha preso milioni di voti, a Roma restano a sostenere Conte i superstiti di un partito che non esprime un premier vincente alle urne dai tempi di Prodi.


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