Quirinale in pressing: “Serve unità basta giochini”

La soddisfazione di Sergio Mattarella per il primo, concreto segnale di una coesione nazionale a lungo (e invano) invocata è pari alla discrezione con cui il capo dello Stato si è mosso in queste ultime settimane.

La soddisfazione di Sergio Mattarella per il primo, concreto segnale di una coesione nazionale a lungo (e invano) invocata è pari alla discrezione con cui il capo dello Stato si è mosso in queste ultime settimane.

Al di là degli appelli pubblici, infatti, al Quirinale si è registrato un attivismo come non lo si vedeva da tempo, con il presidente della Repubblica impegnato in prima persona a fare quanto in suo potere per provare a uscire da un clima di conflittualità che stride non poco con il momento di emergenza che il Paese sta vivendo. E proprio sullo scostamento di bilancio aveva puntato Mattarella quando, lo scorso 3 novembre, aveva ricevuto al Colle i presidenti di Camera e Senato. «Sarà quello il passaggio dove si può e si deve dare finalmente un segnale di unità», era stato il ragionamento del capo dello Stato nel faccia a faccia con Roberto Fico ed Elisabetta Casellati. Una riflessione rivolta soprattutto alla seconda carica dello Stato, forse perché è a Palazzo Madama che i numeri sono più incerti o forse perché più sensibile – per sua storia politica personale – alle ragioni dell’opposizione. In quell’occasione, d’altra parte, il tema della coesione nazionale fu praticamente l’unico argomento di confronto. Mattarella, ci mancherebbe, è sempre stato sensibile all’argomento. Ma con la curva dei contagi che stava tornando a crescere senza sosta tanto da ipotizzare un nuovo lockdown, il capo dello Stato aveva deciso di rompere gli indugi. «Basta rimpalli di responsabilità, basta scaricabarile, basta con una marea di proposte diverse e contrapposte che servono solo a confondere le acque e che non portano a niente», era stato il senso delle sue parole. Si arrivò persino a ragionare sul dar vita a un tavolo permanente tra maggioranza e opposizione sulla falsa riga delle commissioni bicamerali, modello Copasir.

Questo, dunque, il quadro all’interno del quale si è mosso il capo dello Stato nell’ultimo mese. Fino a ieri, quando finalmente è arrivato il primo segnale concreto, con il voto di tutte le opposizioni sullo scostamento di bilancio (ovvero l’autorizzazione a nuovo deficit per otto miliardi di euro). Un primo risultato concreto, al netto del fatto che a trainare l’opposizione è stato soprattutto un Silvio Berlusconi decisissimo fin da mercoledì a far suo l’appello all’unità di Mattarella, mentre Matteo Salvini si è trovato nell’inconsueta condizione di dover «rincorrere» (e, forse, alla fine votare «sì» per non prestare il fianco al Cavaliere).

Finalmente, insomma, il capo dello Stato ha potuto tirare un sospiro di sollievo. Anche se ieri dal Quirinale non filtrava alcun trionfalismo. «Mi sono limitato a chiedere atti improntati alla collaborazione e che dessero l’immagine di un Paese unito, niente altro. Il merito è tutto e solo del Parlamento», ha ripetuto nel pomeriggio ai suoi interlocutori il capo dello Stato. Che nei giorni scorsi ha avuto una risposta pronta anche a chi ipotizzava – con una certa preoccupazione – che eventuali convergenze parlamentari potessero aprire la strada a rimpasti o crisi di governo. Sul punto Mattarella non sembra affatto propenso a smottamenti. A gennaio entrerà nell’ultimo anno di mandato, con il semestre bianco che si aprirà il 3 agosto. E con questo timing – unito all’emergenza sanitaria ancora in corso – l’ultima cosa che auspica il presidente della Repubblica è doversi imbarcare in girandole di poltrone al governo o crisi al buio. Perché è del tutto evidente che le priorità sono altre.

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