Recovery già riscritto: più sanità e meno bonus

?Finalmente. La bozza del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) ieri mattina è arrivata a Palazzo Chigi dopo i vari rimaneggiamenti

Finalmente. La bozza del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) ieri mattina è arrivata a Palazzo Chigi dopo i vari rimaneggiamenti cui il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, è stato costretto dalle intemperanze di Italia viva (spalleggiata in silenzio dal Pd). La novità principale è l’incremento della quota destinata agli investimenti. Su 196 miliardi destinati all’Italia da Next Generation Eu (gli altri 13 miliardi verranno direttamente da altri programmi come React Eu) ben 120 miliardi saranno destinati al finanziamento delle spese in conto capitale, mentre i restanti 76 miliardi andranno al finanziamento dei bonus tra i quali l’unico certo di continuare ad avere una dotazione cospicua è quello del 110% per le ristrutturazioni edilizie cui dovrebbero essere destinati complessivamente 22,4 miliardi.

L’obiettivo, pertanto, dovrebbe essere quello di dedicare ai progetti di investimento circa il 70% delle risorse disponibili, mentre la quota restante andrebbe a finanziare le varie forme di sussidio. In questo modo si andrebbe incontro ai desiderata di Matteo Renzi anche se, al momento, è difficile stabilire se tale ripartizione sia sufficiente a far rientrare la minaccia di crisi. Tanto più che la bozza, come dichiarato dal premier Giuseppe Conte, sarà sottoposta a un ulteriore vaglio da parte delle forze di maggioranza nel corso di una riunione per poi arrivare all’approvazione definitiva in Consiglio dei ministri in modo da inviare il Pnrr a Bruxelles per febbraio. L’unica certezza è che la quota di investimenti assorbirà per intero gli 81 miliardi di grants (stanziamenti a fondo perduto), lasciando ai finanziamenti (loans), che invece incidono sul computo del deficit, una quota di 40 miliardi circa. Su questo punto dovrebbe prevalere il ministro Gualtieri che non vuole appesantire ulteriormente un quadro di finanza pubblica devastato dalla pandemia con il debito schizzato al 160% circa del Pil.

L’altra novità rilevante, emersa già nella tarda serata di martedì, è il raddoppio dei fondi destinati al capitolo sanità che passano da 9 a 18 miliardi di euro. Tale ammontare non esclude a priori un ricorso ai prestiti del Mes sanitario, magari per un ammontare ridotto rispetto ai 37 miliardi disponibili per l’Italia (secondo i rumors si potrebbe chiedere una decina di miliardi, anche in questo caso per «accontentare» Iv). Come evidenziato dal presidente del Consiglio, infine, «maggiori risorse saranno destinate ai giovani, al terzo settore, agli asili nido e alle persone con disabilità», richieste che portano la firma del Partito democratico che con i ministri degli Affari Ue Amendola e della Coesione Provenzano avrà voce in capitolo nella stesura del testo definitivo, sebbene nessuna indicazione finora sia trapelata su come sarà composta la cosiddetta «cabina di regia».

Restano sullo sfondo alcune questioni tecniche fondamentali. In primo luogo, la riduzione dei bonus (soprattutto quelli di Industria 4.0 non destinati a investimenti hi-tech) inciderà sulla competitività delle imprese italiane cui può giovare anche l’acquisto sovvenzionato di un furgone. In seconda istanza, non è ancora chiaro come saranno perseguiti i programmi di riforma che rappresentano l’unica arma per evitare che il ritorno in vigore dei Trattati Ue si traduca in un salasso fiscale per riportare i conti in ordine (non a caso Silvio Berlusconi sul Sole ha enfatizzato il tema). Ultimo ma non meno importante: il cronoprogramma. Prima si realizzano gli obiettivi, maggiore sarà la crescita del Pil, minore la probabilità di una stangata.


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