Rimpasto, Conte in trincea “Mi fido della mia squadra”

Teme che la prima poltrona a saltare possa essere la sua. Resa dei conti a cavallo di fine anno

Quando il diavolo ti accarezza vuole l’anima. È il pensiero fisso che da settimane tormenta l’inquilino di Palazzo Chigi. Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte non si fida delle carezze di Matteo Renzi. E né tantomeno degli abbracci del ministro degli Esteri Luigi di Maio. O delle parole al miele dell’ideologo del Pd Goffredo Bettini. Tutti a ribadire incondizionata lealtà all’avvocato del popolo. In cambio però di un rimpasto nella squadra dei ministri. Partendo da una premessa (almeno nelle parole): Conte non si tocca. Concetto ribadito ieri da Bettini in un’intervista a La Repubblica: «Chiusa la fase emergenziale ci potranno essere le condizioni di una ripartenza dell’azione strategica dell’esecutivo. Che serve. Con il coinvolgimento massimo delle forze politiche di maggioranza. Attorno a Conte, che non è in discussione».

La pressione per cambiare le carte al tavolo del governo si avverte. Tutti spingono il capo dell’esecutivo affinché metta mano alla squadra dei ministri. Renzi chiede un’agenda nuova. Il Pd invoca risposte su Mes e riforme. Si muove il ministro grillino Di Maio che nella lettera pubblicata sulle pagine del Foglio manda segnali a Conte. L’unico a non essere d’accordo sull’opzione di un rimpasto è il presidente del Consiglio. Non perché sia soddisfatto del lavoro di tutti i ministri. Ma per una ragione molto semplice: l’avvocato del popolo teme che l’apertura di una crisi pilotata sia il primo passo per metterlo fuori dalla porta di Palazzo Chigi.

Conte si è arroccato nel suo bunker. Non decide. Accompagna l’immobilismo che attraversa l’azione di governo. È la sua forza, la condizione per restare sulla poltrona di Palazzo Chigi. Conte allontana l’ipotesi di un rimpasto proprio ora che il gradimento continua a scendere: per la seconda nel sondaggio di Nando Pagnoncelli – pubblicato dal Corriere della Sera – la popolarità dell’avvocato del popolo registra il segno meno. Il premier sa bene che aprire una trattativa sul rimpasto, sotto le sembianze di una crisi pilotata, può riservare un esito imprevisto: la prima poltrona a saltare potrebbe essere proprio quella del presidente del Consiglio. E allora Conte respinge la soluzione di rimescolamento degli incarichi nell’esecutivo. Prende tempo. Finge una linea: «Mi fido della mia squadra, non la cambio». Incassa la sponda del capo reggente (che però non ha peso politico) del Movimento Vito Crimi: «In questi giorni noto come le parole rimpasto e messa in discussione del governo siano sempre più ricorrenti, anche da parte di esponenti delle forze di maggioranza. Chi ne parla mi sembra fuori dalla realtà. Siamo nel pieno di una tempesta».

Fino a quando può reggere? Zingaretti, Renzi e Di Maio hanno già fissato la road map: prima l’ok alla finanziaria. Poi si aprirà il valzer sul rimpasto, a cavallo tra Natale e Capodanno. Al massimo nelle prime due settimane del nuovo anno.

E c’è anche una seconda ragione che frena Conte: cambiare alcuni ministri equivale a farsi altri nemici in Parlamento. Basta vedere i casi di Giulia Grillo e Barbara Lezzi: le due ex ministre del Conte 1, dopo il benservito, hanno iniziato a sparare contro maggioranza ed esecutivo. Ma questo sarebbe comunque un problema gestibile. Il vero incubo per Conte è un altro: con il rimpasto rischia di dover fare le valigie e lasciare l’ufficio di Chigi con tutta la sua corte. E allora resiste. Poggia la propria forza sullo stallo: dal Mes alle riforme. Nulla si muove. Così il premier pensa (sogna) di arrivare fino al semestre bianco.


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