Scuola, crescono i pro-rinvio. Azzolina: non c’è rischio zero

Che fossero arrivati lunghi era chiaro. E, infatti, man mano che ci si avvicina alla data del 14 settembre, presunta riapertura delle scuole, ci si rende conto quanto lo Stato sia in ritardo

Che fossero arrivati lunghi era chiaro. E, infatti, man mano che ci si avvicina alla data del 14 settembre, presunta riapertura delle scuole, ci si rende conto quanto lo Stato sia in ritardo. Otto milioni e mezzo di studenti torneranno in aula e il fronte del rinvio si fa sempre più compatto. Sindaci, Anci, amministratori, associazioni, sindacati, dirigenti scolastici, professori, vogliono rimandare a giovedì 24 settembre il suono della campanella, per permettere ai comuni di allestire e poi smontare i seggi elettorali e non dover così aprire, per poi subito richiudere, le scuole.

A Roma non ci sono i banchi nuovi, né i docenti aggiuntivi. C’è chi aprirà con un orario ridotto e chi invece, 22 dirigenti scolastici, ha deciso di scrivere alla Regione Lazio: «postiamo la prima campanella dopo le elezioni. Non solo, manca all’appello anche il 50% dei supplenti. Senza sapere quanti docenti saranno a scuola, come è possibile organizzarsi?». Un’insegnante dell’I.I.S. Paolo Baffi di Fiumicino dice: «La mia scuola non ha i soldi per sistemare i muri, figuriamoci se li ha per acquistare i banchi». E il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, Francesco Lollobrigida, attacca il presidente Zingaretti: «Ormai nel Lazio è rimasto il solo a chiedere la riapertura delle scuole il 14». Ad augurarsi che il governatore possa «valutare la possibilità di riprendere le lezioni nel tempo utile per adeguarsi a tutte le norme» è anche il consigliere regionale FdI Antonello Aurigemma.

Francesca Vetrugno, assessora Pd alla Scuola dell’VIII Municipio, ha scritto al suo omologo in Regione, Claudio Di Berardino, chiedendo di valutare il posticipo: «La chiusura e riapertura, con il relativo ripristino e sanificazione dei plessi, risulta un ulteriore onere, in una situazione già complessa». «Vogliamo riaprire, vogliamo farlo al meglio, ma rimandare di qualche giorno la riapertura ci darebbe respiro», dice Maria Grazia Lancellotti, preside del liceo Orazio e tra i coordinatori della Rete scuole Green del Lazio (44 istituti). Ma la Regione è inflessibile. « Non stiamo valutando di rivedere la data di inizio delle lezioni». I genitori del Coordinamento dei presidenti dei consigli d’istituto, che unisce 150 scuole in tutta la regione avanzano un dubbio: «Si riuscirà a sanificare nuovamente le scuole dopo il voto?».

Il ministro Lucia Azzolina, sempre più nel pallone, e ammette in aula: Siamo consapevoli del fatto che il rischio zero non esista. Il vicepresidente di Forza Italia Antonio Tajani va giù duro: «Regna sovrano il caos e il governo non sa cosa fare. A questo punto, visti i ritardi accumulati e l’incapacità del ministro Azzolina, proponiamo di posticipare l’inizio dell’anno scolastico dopo le elezioni». Ricapitolando: mancano 5 giorni e le scuole si ritrovano senza aule, sprovviste di banchi monoposto, di attrezzature, di insegnanti e di trasporti. E il ministro non è minimamente in grado di garantire la salute e la sicurezza di studenti e insegnanti in tempo per il 14. E quindi la campanella non suonerà in tutti gli istituti italiani nello stesso momento. La Campania approva il rinvio, e molte altre regioni stanno facendo lo stesso: Abruzzo, Basilicata, Calabria, Puglia. Anche la Sicilia ha dato la possibilità ai singoli istituti di fare richiesta di posticipo. In Friuli-Venezia Giulia la scuola riprenderà il 16 e in Sardegna il 22. Ma per qualcuno neppure il 24 basterà. Nel salernitano, infatti, mancano 53mila banchi monoposto per assicurare il distanziamento tra gli alunni. In tutto questo caos a farne le spese saranno come sempre famiglie e studenti.


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