Sei mesi buttati. È il governo del tempo perso

La data è scritta in rosso sul calendario: 14 settembre 2020. È il primo giorno di scuola. Si ricomincia. Sono le otto e trenta e non è detto che tutto andrà bene

La data è scritta in rosso sul calendario: 14 settembre 2020. È il primo giorno di scuola. Si ricomincia. Sono le otto e trenta e non è detto che tutto andrà bene. I ragazzi non sono più di tanto spaventati. Non pensano più di tanto al virus. Sono solo curiosi di capire quali saranno le nuove regole. Nessuno ancora lo ha capito bene. È un po’ un’avventura e l’unica cosa da fare e buttarcisi dentro. I genitori no, la preoccupazione la leggi sulle loro facce, già stanche, segnate dall’ansia e dall’incertezza. L’idea di ritrovarsi presto con i figli a casa è una mezza sciagura. Non serve essere ipocriti. La scuola è il tempio dell’istruzione, ma ti salva anche dal caos della vita. È l’architrave dell’organizzazione sociale e del lavoro. Lo si è capito durante la quarantena: senza scuola devi ripensare tutto. Sa di cinico ma è così. Dove li metti i bambini? È quello che stanno pensando in molti. L’ansia cresce quando ci si rende conto che si sta improvvisando. Ci si affida a una serie di regole scritte per rassicurare tutti: divieti e burocrazia e passa la paura. Non hanno però alcuna logica razionale. È finzione. La speranza è affidarsi al buon senso di presidi e professori. Tocca a loro fare la differenza. Molti borbottano, altri sacramentano, in tanti sono sull’orlo di una crisi di nervi. Non tocca a loro rimediare ai peccati dello Stato. Non è scritto da nessuna parte e non li pagano abbastanza. Il presidente Mattarella a metà agosto aveva segnalato, senza gridare, come fa lui, i rischi. Era un allarme: bisogna avere un piano ed essere concreti. Il governo non lo ha ascoltato. Ora eccoci qua. Ognuno a incrociare le dita e a sussurrare: speriamo che me la cavo.

Gli italiani questa volta sono pronti davvero a buttare giù tutto. Sono disposti a tollerare l’obbligo di mascherina nel deserto, ma se gli tocchi i figli te li ritrovi in piazza quasi fossero francesi. Nessuno questa volta può dire: non me lo aspettavo. La scuola è il fronte della rivolta. Se la chiudono salta il contratto sociale. Perché non pensarci prima?

Questo è uno scenario ipotetico. È il racconto di un futuro prossimo. Non è detto che vada così. Solo che a meno di un mese da quella data il rischio che tutto questo diventi realtà non è poi così basso. L’impressione è che il governo stia scommettendo sulla fortuna. È un gratta e vinci. Di certo si è perso tempo. A febbraio, nei giorni del carnevale, come precauzione anti virus si è deciso di chiudere le scuole. L’idea era di riaprirle dopo una settimana. Non è andata così. L’emergenza è stata superata con le lezioni da casa. Non è stato facile. Sono passati mesi e mesi e mesi e sono state suggerite o proposte idee e soluzioni più o meno strampalate: dai banchi divisi dal plexiglas a quelli con le rotelle. Quello che continua a mancare è un piano strutturale sulla scuola. Arriverà? Non è detto. L’ultima mossa è la classe «ghetto» per chi risulta positivo al virus. È una sorta di stanza quarantena da prevedere in ogni istituto. Non resta che immaginarsi il bambino delle elementari che a testa bassa viene accompagnato in isolamento, manca solo la M di monatto sul petto. È come metterlo dietro la lavagna, colpevole di ospitare il virus. È una lezione sulle ingiustizie della vita.

La scuola al momento è quella di sempre, con gli stessi edifici, le stesse regole, gli antichi problemi. L’unico rimedio per tutto ormai è coprirsi il volto. La mascherina è la nuova aspirina.

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