Semina il vento, ulivi e inquinamento al Bif&st

 L’amore infinito di una ragazza per quella meraviglia che sono i secolari ulivi pugliesi, la corruzione locale, la vergogna di un passato contadino e anche i misteri inaspettati che ci sono in ogni famiglia. Questo e altro in ‘Semina il vento’ secondo film di Danilo Caputo, già alla Berlinale a Panorama e ora al Bif&st fuori concorso per arrivare in sala il 3 settembre con I Wonder. Tutto si svolge tra quelle inarrivabili sculture che sono i secolari alberi d’ulivo del tarantino colpiti dalla cosiddetta Xylella fastidiosa.
    Una morte lenta per queste piante che la giovane Nica (Yile Yara Vianello) che studia agraria in città non accetta. Molto simile a quella nonna che molti consideravano una strega, la giovane studiosa ha come lei un rapporto straordinario con la natura. Così quando scopre che forse, grazie ai suoi studi, c’è una possibile cura per gli ulivi, non capisce proprio perché il padre, pieno di debiti, non sembri affatto contento di questa scoperta che potrebbe salvare le terre di famiglia. Il fatto è, scoprirà solo dopo Nica, che nella sua Puglia non solo le piante sono vittime di parassiti, ma anche le persone hanno i loro virus legati a un mondo senza valori, pieno di corruzione e dove conta solo il denaro.
    «L’amore di Nica verso gli alberi doveva passare attraverso la capacità di ascoltarli – spiega il regista -. Il crepitio delle cortecce diventa così una forma di linguaggio naturale, un ponte tra uomini e natura. Nica non vede un uliveto, vede tanti ulivi.
    Lei non percepisce quegli alberi come oggetti ma come soggetti capaci di sentire, desiderare, soffrire e comunicare. La sua è una visione animista. La magia – continua Danilo Caputo già autore di La mezza stagione – mi ha aiutato a creare un cortocircuito tra il realismo e la sua dimensione animista. La magia rituale era un elemento importante di quella cultura contadina che Nica ha ereditato dalla nonna”.
    Spiega infine il regista tarantino di ‘Semina il vento’: «A dieci chilometri da casa mia c’è il più grande polo siderurgico d’Europa, una fabbrica che inquina da sessanta anni e della quale però non riusciamo a fare a meno. Ora nel 2013 – continua Caputo – fu fatto un referendum consultivo su cosa pensassero i tarantini di una eventuale chiusura dell’Ilva e solo uno su cinque è andato a votare. C’è insomma un inquinamento mentale e anche la rassegnazione che non si possa vivere senza l’Ilva. A questo si aggiunga il fatto che si vede come una vergogna tornare a vivere da contadini come era nel passato”.
    Il film è una produzione Okta Film con Rai Cinema, in coproduzione con Jba Production (Francia) e Graal Films (Grecia), e con il contributo di Regione Puglia e il sostegno di Apulia Film Commission. (ANSA).
   


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