“Sui test ai rientri è caos totale. Il governo scredita noi medici”

Il capo della task force lombarda: scelta comunicata a cose fatte. Così tamponi inutili. E togliamo forze al tracciamento

«Questa storia dei tamponi ai vacanzieri di rientro è stata gestita male. Da Roma la decisione è stata presa in fretta e furia. Anziché annunciarla in televisione, bisognava aspettare almeno 24 ore, per dare il tempo alle regioni di organizzare al meglio i controlli. Avrebbero evitato il caos tra la gente. Così si rischia di screditare l’attività delle autorità sanitarie. Non possiamo perdere la fiducia dei cittadini».

Vittorio Demicheli, epidemiologo, direttore dell’Ats di Milano e coordinatore dell’emergenza sanitaria Covid in Lombardia, è visibilmente preoccupato.

Non solo i contagi salgono con continuità, ora si appesantisce la macchina dei controlli a tappeto. Con delle pericolose ricadute sul contact tracing.

Professore, la decisione di testare i rientri dagli stati a rischio non è stata presa con il benestare delle regioni?

«No, io l’ho saputo dalla cabina di regia a cose fatte. Il governo ha deciso in quattro e quattr’otto sull’onda dei positivi che hanno rilevato tra i turisti che arrivavano da Grecia, Spagna, Croazia e Malta».

Ma l’ordinanza del ministro Speranza non è servita ad omogeneizzare gli interventi?

«Sì, in effetti è così. Ogni regione stava andando per la sua strada: chi voleva la quarantena, chi il sierologico, chi il tampone. Era una Babele, così è si è raggiunti ad una mediazione troppo frettolosa».

Come vi state organizzando in Lombardia?

«Il servizio di prenotazione non riesce a gestire migliaia di richieste di tamponi. Fino a lunedì o martedì possiamo reggere l’ondata degli arrivi nei tre aeroporti lombardi utilizzando i nostri laboratori che possono anche smaltire anche mille tamponi al giorno. Ma i rientri aumenteranno. Serve un’organizzazione dedicata».

Volete mettere in piedi dei laboratori autonomi?

«L’idea è di creare una struttura aggiuntiva negli scali. Altrimenti, per andare dietro ai vacanzieri, rischiamo di rallentare la capacità di controllo dell’epidemia e l’attività di contact tracing, cioè la linea di difesa principale per identificare i contatti».

Ma effettuare i tamponi direttamente in aeroporto è quello che ha chiesto il ministero.

«Sì, però serve tempo per fare le cose in modo funzionale. E poi siamo costretti a usare i test normali. Quelli rapidi annunciati da Roma non sono ancora stati sdoganati. Non li abbiamo visti. Comunque non è problema prelevare 1.500-2.000 provette e per i risultati ci vorrà pazienza».

Questa nuova misura di controllo sarà efficace?

«Fare il prelievo nasofaringeo entro le 48 ore dal rientro in Italia è discutibile, è una situazione che non offre alte garanzie».

Vuol dire che non serve a rilevare la positività di una persona?

«È un compromesso poco efficace dal punto di vista della profilassi. Il controllo con il tampone è meno efficace di una quarantena».

Come mai?

«Faccio un esempio. Quando un gruppo rientra in autobus dalla Croazia o dalla Spagna è facile che il contagio circoli durante il viaggio di ritorno. Ma fare il test entro le 48 ore successive all’arrivo in Italia non serve a verificare se una persona ha incubato il virus. È troppo presto».

C’è dunque il rischio di far girare gente positiva sul territorio?

«Esatto. In Lombardia il 51 per cento dei casi, nella settimana fino al 9 agosto, sono tutti di importazione. E i casi di Covid contratti all’estero cominciano a sostenere nuove catene di trasmissione in Italia».

Quindi quali sono i tempi giusti per sottoporsi il tampone?

«La media del tempo di incubazione del virus è sui sette giorni: un compromesso ragionevole sarebbe farlo dopo una settimana dal rientro. In questo modo i falsi negativi non dovrebbero sfuggire ai controlli».

Ma c’è qualcuno che viene stanato?

«I cosiddetti super-diffusori possono risultare positivi anche dopo 48 ore. E sono le persone che hanno sostenuto le catene più pericolose del contagio».

Gli altri, i negativi al tampone, non devono sentirsi comunque tranquilli?

«No. Un test fatto dopo 48 ore dall’arrivo in Italia non mette la coscienza a posto. I giovani di rientro dalle vacanze devono tenere il distanziamento e mascherina quando frequentano la famiglia per almeno una settimana. Consiglio di stare molto attenti soprattutto se convivono con persone fragili».

Ma adesso sono proprio i giovani a finire in terapia intensiva.

«I più anziani ora si proteggono di più al contrario dei giovani. E siccome il virus comincia a circolare con più frequenza dopo il periodo di lockdown, può capitare che qualche ragazzo con delle fragilità finisca in ospedale».

Tutta l’attenzione è sugli arrivi di Grecia Spagna Malta e Croazia. Ma anche la Francia preoccupa.

«Stiamo assistendo ad un inizio di ripresa del contagio in tutta Europa. Sicuramente si allungherà la lista dei paesi da monitorare, ma bisognerà limitare certi spostamenti».

Parla di chiudere le frontiere nell’Unione Europea?

«Se la velocità di crescita fosse quella dell’inizio della Lombardia, tra una settimana dovremo prendere provvedimenti più drastici: non controllare gli arrivi, ma impedire le partenze».


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