Sulla riforma elettorale Zingaretti resta solo. Anche Fico lo sgambetta

Il presidente della Camera: in commissione va sostituito un membro. E il blitz del Pd fallisce

Nicola Zingaretti ha fretta di chiudere la partita sulla legge elettorale. Prima del voto alle elezioni regionali del 20 e 21 settembre, che rischia di far saltare governo e alleanza giallorossa. Il leader dei dem accelera. È una corsa contro il tempo. Lo specchietto per le allodole è il referendum sul taglio dei parlamentari. Al Nazareno fanno filtrare il timore che si possa andare al voto con la vecchia legge elettorale (Rosatellum) e un Parlamento dimezzato. È un bluff. La forzatura ha ben altra motivazione: una sconfitta dell’alleanza di Pd-Cinque stelle alle Regionali metterebbe a rischio la tenuta del governo aprendo la corsa a elezioni anticipate nella prima finestra utile. Elezioni che – senza una modifica alla legge con un proporzionale cucito su misura per il Pd – darebbero la vittoria al centrodestra.

La fretta di Zingaretti (che spiazza il premier Giuseppe Conte e gli alleati del M5s) potrebbe addirittura anticipare la crisi: Italia Viva e Leu, due forze di maggioranza, non intendono votare la proposta di legge all’esame in commissione Affari costituzionali. Il testo su cui Zingaretti accelera è il Brescellum, dal nome del presidente della commissione Giuseppe Brescia: un proporzionale puro con soglia di sbarramento al 5 % e diritto di tribuna ai partiti che almeno in tre circoscrizioni e due Regioni superino il 5%. I renziani, che temono di non superare la soglia, vogliono far saltare il tavolo: da giorni il testo, che dovrebbe arrivare in Aula il 27 luglio scorso, è fermo nella commissione Affari costituzionali della Camera dei Deputati. E da ieri c’è una novità: i Cinque stelle, favorevoli al Brescellum, frenano. Non comprendono la forzatura di Zingaretti. A complicare il quadro, la decisione del presidente della Camera Roberto Fico di riequilibrare i numeri in commissione, con la sottrazione di un componente al M5s, che passa da 16 a 15. I numeri per approvare la riforma elettorale non ci sono: i favorevoli all’adozione del Germanicum (un altro nome del Brescellum) sono 23 (15 M5s, 7 Pd, 1 Svp) mentre i contrari 24. Ma il segretario del Pd va allo scontro frontale. Ieri il presidente della Commissione Brescia ha chiesto il rinvio della discussione generale della legge elettorale e delle norme sul conflitto di interessi in Aula. Ufficialmente perché il componente decaduto in quota M5s non è stato ancora sostituito con uno del gruppo Misto. Ma è lo scontro politico nella maggioranza a tenere fermi i lavori. Scontro fotografato con la richiesta del Pd di riconvocare (già ieri sera) la commissione per approvare il testo base. Contro la mossa del Pd si è schierato il centrodestra.

L’opposizione, che teme una legge pro-inciucio, si è ricompattato su un maggioritario corretto con taglio dei parlamentari e premio di maggioranza. Il leader della Lega Matteo Salvini sarebbe tentato dall’asse con Zingaretti. Ma, «scottato» dall’estate del Papete (il segretario del Pd aveva dato la parola che in caso di crisi di governo avrebbe chiesto di andare alle urne), non si fida: «Penso che la legge elettorale sia ultima delle priorità, come la legge sulle adozioni gay. Una maggioranza che occupi il Parlamento a fine di luglio e inizio agosto con la legge elettorale, credo sia pericolosa per se stessa e per il Paese». E Forza Italia, con la capogruppo alla Camera Mariastella Gelmini, è ancora più dura: «Il Parlamento non è la Ditta, il calendario non lo decide il Pd. La commissione ha deciso il rinvio e tale decisione non può essere capovolta per input del Nazareno». Ma i democratici vogliono blindare la riforma e tenersi le mani libere in caso di voto. Lo stallo non si sblocca. Il punto di caduta potrebbe essere un abbassamento della soglia di sbarramento per riportare al tavolo Matteo Renzi. Ma la trattativa non decolla.


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