Test e mascherine. Senza linea chiara sei mesi buttati

Sei mesi dovrebbero essere sufficienti. Sufficienti per un’analisi finalmente obiettiva di come il sistema Italia – lo Stato, le Regioni, la sanità, il welfare, ecc – ha affrontato la pandemia.

Sei mesi dovrebbero essere sufficienti. Sufficienti per un’analisi finalmente obiettiva di come il sistema Italia – lo Stato, le Regioni, la sanità, il welfare, ecc – ha affrontato la pandemia. Sufficienti per superare quella sindrome da derby perenne per cui si riduce tutto a dinamiche tipo «loro fanno schifo e noi siamo i migliori», con livello di approfondimento pari a zero. Sufficienti soprattutto a imparare dagli errori per non ripeterli. Invece, dopo sei mesi, sembra di tornare alla casella di partenza.

Se oggi l’Italia è una mosca bianca fra i Paesi europei precipitati nella seconda ondata, evidentemente il governo e le Regioni non hanno sbagliato tutto. Le chiusure hanno funzionato, il virus è stato contenuto. Altrettanto, è innegabile che errori siano stati fatti. Dettati sia dall’eccezionalità della sfida, sia dalle incapacità singole. Sta alla giustizia trovare eventuali colpe e agli elettori giudicare, ma sta alla politica riconoscere le mancanze ed evitare di ripeterle. Il problema è che questo non sta avvenendo.

All’inizio della pandemia, uno dei grandi nodi fu la quarantena. Si decise per il blocco dei voli diretti dalla Cina, ma per evitare accuse di xenofobia non si impose la quarantena, anzi scattò la corsa antirazzista all’involtino primavera. Altrettanto contraddittoria fu la settimana successiva alla scoperta del focolaio di Codogno: prima chiusure totali, poi i sindaci resilienti che prendevano l’aperitivo, e infine il lockdown feroce. Se prendiamo il caso discoteche (il governo che «consiglia» di chiuderle ma lascia alle Regioni la facoltà di aprirle, salvo poi blindarle), non c’è un inquietante senso di déjà-vu? Come sui tamponi: meglio a tappeto o mirati, meglio i test in ambulatorio o in aeroporto?

E ancora, il dilemma mascherine, in gran parte dovuto alla discordia fra gli scienziati, OMS in testa: fondamentali, anzi inutili, se la mette Fontana fa terrorismo. Poi contrordine: vanno messe sempre. Categoricamente FFP2. Anzi, basta un perizoma in faccia. Risultato: ciascuno si è sentito legittimato a fare come gli pareva: i preoccupati bardati come a Chernobyl, i negazionisti in guerra per la libertà di volto scoperto. La stessa cosa accade oggi sull’obbligo di mascherina per i bambini in classe: un tecnico lo propone, un governatore lo boccia, la ministra lancia una monetina per decidere se sì, no o ni. Dinamica uguale, uguale risultato: la mancanza di regole univoche che genera dubbi e caos.

Fronteggiare un’epidemia – e i suoi costi umani ed economici – non è uno scherzo. Tutte le decisioni hanno avuto ed avranno pro e contro e il bilancio lo trarranno gli storici in futuro. Ma vanno prese, in fretta e senza teatrini in chiave elettorale. Perché se c’è una cosa che oggi non è perdonabile, è proseguire in questa schizofrenia, con rappresentanti delle istituzioni che lanciano sassi in ogni direzione e poi nascondono la mano. Ci si metta d’accordo e si parli con una voce sola, senza anticipazioni lanciate ad arte. Si scelga una strategia, la si spieghi e la si difenda. Altrimenti si dà l’idea – devastante sul piano della credibilità – di brancolare nel buio e di procedere per tentativi, per vedere l’effetto che fa. Perché se chi comanda va alla cieca, chi è chiamato a obbedire (specie se si parla di ragazzi) non lo farà ciecamente. Chi si fiderebbe di una guida che ad ogni bivio non sa che strada prendere?

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