“Un bene per il Paese ma Conte ha presentato un’Italia piccola e furba”

L’ex ministro di Fi: “Il premier non è riuscito a dare l’immagine della terza economia Ue”

Onorevole Renato Brunetta, qual è il suo giudizio sul compromesso sul Recovery Fund?

«Ho tifato Italia ed Europa e continuo a farlo. Era un accordo difficilissimo, epocale, storico. C’è soddisfazione perché il vertice si sta chiudendo positivamente. Merito della forza iniziale dell’asse franco-tedesco, e soprattutto di Angela Merkel».

Chi ha vinto e chi ha perso?

«Certamente ha vinto la nuova Europa, quella del momento Hamilton che riuscirà a indebitarsi e fare redistribuzione per il futuro. Ha certamente vinto la Merkel, ma non troppo. Non hanno vinto gli egoisti, non voglio chiamarli frugali. Non hanno vinto i sovranisti, gli estremisti, gli antieuropei che magari in cuor loro tifavano per il fallimento. Non ha vinto l’Italia di Conte».

Cosa è mancato all’Italia in questa trattativa?

«C’erano tutte le condizioni perché ci si presentasse in maniera diversa perché eravamo stati i più colpiti dal Covid-19, avevamo sofferto più degli altri, avevamo dato lezioni di forza e di coesione al resto d’Europa, di fronte alla miopia e all’egoismo su mascherine e ventilatori. L’Italia partiva in vantaggio, con un credito morale importante e quindi poteva dare dimostrazione di forza, responsabilità, equilibrio, serietà».

Quali mosse avremmo dovuto compiere?

«Avremmo dovuto fare una operazione di spiazzamento, presentarci come l’Italia che vuole fare le riforme, vuole la crescita, l’efficienza, la giustizia sociale. Il Piano Nazionale di Riforma avremmo dovuto presentarlo già a fine aprile, dovevamo dimostrare grande coesione in Parlamento, cosa che Conte si è ben guardato dal ricercare, avremmo potuto anticipare la legge di bilancio e realizzare le riforme attraverso i collegati e le deleghe. Avremmo avuto non solo credito morale ma anche la dimostrazione concreta che l’Italia dà il meglio di sé quando è sotto stress. Così non è stato».

Quali sono stati gli errori commessi da Conte?

«Conte ha giocato al rinvio, sul Mes c’è stato un dibattito ridicolo che in Europa non hanno capito attribuendolo a una follia tutta nostrana – ma come avete bisogno di risorse finanziarie e vi mettere a fare distinguo? – non è stata apprezzata la soluzione su Autostrade, interpretata come una sorta di deriva venezuelana. Ma come? Quando conta dimostrare reputazione, credibilità, rispetto dei patti tu fai un fallo da espulsione come quello su Autostrade, su una società quotata e una multinazionale? Conte non è riuscito a presentare l’Italia con tutta la forza e la dignità che spetta al nostro Paese, terza economia dell’Unione, un fondatore, il Paese con il più grande soft power legato al suo retaggio storico. Una Italia piccola, opportunista, inutilmente furba, non un’Italia nobile, forte, credibile».

Perché ha prevalso la necessità di un accordo?

«Next Generation Eu è nato per evitare che una crisi simmetrica si trasformasse in una uscita asimmetrica con la disgregazione dell’Europa. Se fosse scattato il meccanismo in base al quale i forti diventano più forti e i deboli più deboli sarebbe stata la fine dell’Europa. Il Recovery Plan serve a ripristinare il processo di convergenza come unico collante dell’Europa. Senza di esso si sarebbe offerta ai populisti e ai nazionalisti la possibilità di vincere a mani basse. La Germania ha potuto intervenire grazie al suo surplus accumulato nei 20 anni di euro. Merkel è stata geniale e una vera statista ad aver capito questo».

Resta il nodo di chi controllerà il Recovery Fund.

«Consegnare il controllo al Consiglio europeo sarebbe stata una scelta miope, inefficiente e anacronistica. I controlli tra pari non funzionano tra i governi. L’Italia avrebbe dovuto chiedere con forza di essere sottoposta a controlli, pretendendo che fosse la Commissione a farli. Abbiamo un grande bisogno di un vincolo esterno, di chi ci accompagni nel percorso delle riforme: il Pnr di Conte e Gualtieri è acqua fresca e in Europa ha fatto sorridere. Ben venga l’Ecofin se questo serve a rafforzare il controllo politico. Chi vuole capire, capisce».

Qual è l’obiettivo realistico a cui l’Italia può puntare?

«Mi basterebbe che l’Italia fatti bene i conti da contributore netto diventasse percettore netto, sarebbe già un risultato storico. Inoltre adesso bisogna costruire l’Action Plan in Parlamento con tutte le forze disponibili».

Il governo avrà la forza di farlo?

«Bisogna votare il nuovo scostamento di bilancio, affrontare la campagna per le amministrative e votare l’Action Plan. Chi pensa di poter attraversare questo Camel Trophy con l’attuale assetto di governo è un illuso. E visto che non si voterà né quest’anno né il prossimo occorre fare a sinistra come a destra una riflessione seria. Serve un salto di qualità politico e istituzionale che ci riscatti da tanti decenni di opportunismo. Purtroppo questa maggioranza non è stata capace di farlo. Speriamo che ne sia capace il prossimo governo».


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