Una pagina Instagram per raccontare le proprie notti

“Nel momento in cui siamo entrati in lockdown, abbiamo iniziato a sognare molto di più. E le persone hanno iniziato a chiedersi perché. Il mio obiettivo era far comprendere qual è la funzione del sogno e che importanza ha nella nostra vita quotidiana anche in veglia”.

Così Martina Ferrari, romana di 31 anni, psicologa, quasi psicoanalista (“sono all’ultimo anno di studi presso la Società italiana di psicoanalisi della relazione”) oltre che coordinatrice di una struttura socio assistenziale per anziani con demenze e psicologa in un ambulatorio di psicoterapia sociale di Roma, ha deciso di aprire una pagina Instagram, chiamata Instasogno, dove raccoglie i sogni che le inviano gli utenti. “La mia intenzione è di unire le esperienze di più persone possibili, rispettando la dignità che ha il sogno come funzione, quella mentale di problem solving e di rielaborazione di scenari traumatici. Il sogno è una cosa molto personale che ha a che fare anche con le nostre esperienze passate, di vita, con lo sviluppo della nostra personalità, con l’ambiente in cui siamo cresciuti, i sentimenti che proviamo… Per questo è importante che questi siano scritti a mano. La scrittura favorisce nell’individuo un avvicinamento a sé stesso”.

Quanti sogni le sono arrivati?
“Ne ho circa 150, non li pubblico tutti, solo uno o due al giorno. Con l’avvicinamento della Fase 2 sono arrivati sogni che hanno a che fare con il lavoro: le angosce lavorative non solo legate alla paura del contagio ma al dover nuovamente mettersi alla prova, al confronto con i capi, alle richieste dall’esterno”.

Chi sono le persone che le inviano i propri sogni?
“Sono più donne, la fascia è compresa tra i 19 e i 30 anni. Poi c’è la fascia tra 35 e 40 anni. È anche successo che i giovani abbiano girato il progetto ai genitori che a loro volta hanno iniziato a partecipare. Le testimonianze dei genitori sono molto belle perché vanno a ripescare i ricordi di quando erano giovani. Sono spesso sogni di fuga da una realtà sentita come stretta, dalle responsabilità lavorative, genitoriali e altro. C’era un sogno in cui una signora scappava, faceva l’autostop, saliva su un camion e questo la portava al mare a Castiglione della Pescaia”.

Il progetto ha un obiettivo?
“Avvicinare le persone alla possibilità di comprendere il processo dei sogni. Una o due volte a settimana raccolgo le tematiche principali delle testimonianze che mi sono state inviate e realizzo delle Instagram Stories dove cerco di spiegare in termini di divulgazione e non interpretativi i simboli che sono emersi, cercando di ricollegarli al momento che stiamo vivendo”.

Quali sono i temi comuni?
“Paesaggi. Molte persone hanno iniziato a sognare paesaggi con i loro cari spesso lontani. E poi, ritrovarsi su una spiaggia immensa, colline, boschi, lo stare all’aperto. Questo perché l’emergenza di doverci chiudere in casa è arrivata improvvisamente: tutte le nostre categorie di spazio e di tempo sono state stravolte. E così anche il senso del limite perché ci è stato imposto.

Questo in un certo senso ci ha reso non più padroni dell’ambiente. Un altro tema ha a che fare con l’inconscio collettivo. Molti ragazzi anche di venti anni, che non hanno vissuto la guerra o la spagnola, hanno iniziato a fare sogni che avevano dei contenuti riguardanti queste cose. Questo ci fa ragionare in termini di inconscio collettivo, un patrimonio transgenerazionale che ci caratterizza e ci accomuna: anche il Covid entrerà a farne parte. Un terzo tema è la perdita. In tanti hanno sognato di uscire di nascosto di notte, camminare da soli per le strade di una città deserta, andare a trovare i propri cari che erano ammalati o erano diventati o sordi o ciechi. Per cui chi sognava non veniva ascoltato o non poteva essere visto. Questo indica il terrore di restare da soli, senza contatti sociali e anche la perdita delle figure di attaccamento e di riferimento”.

Per la maggior parte sono incubi?
“No, ci sono anche sogni molto belli. Mi ha colpito il sogno di una ragazza che in un bosco vede una madonna pagana prendere fuoco e da questa madonna escono tantissimi fiori. Ci sono dei sogni che contengono tanti simboli di rinascita, creatività e di generatività”.

Raccontare i sogni aiuta?
“Assolutamente sì. Quando scriviamo un sogno, creiamo un ponte tra due stati diversi del nostro essere vivi, quello del sogno e della veglia, del conscio e dell’inconscio. Un ponte che ci permette di conoscere cose di noi stessi perché è un avvicinamento più profondo alla nostra struttura di esseri umani. Diciamo che è una mini terapia, anche Freud iniziò scrivendo i suoi sogni”.

Gli utenti che le hanno inviato i sogni hanno iniziato a interagire tra loro?
“È anche successo che alcuni siano diventati amici. Non tanto grazie ai sogni pubblicati, perché io naturalmente garantisco l’anonimato (gli utenti inviano i loro contributi via Instagram Direct, la messaggistica privata di instagram, ndr), quanto attraverso una comunicazione più diretta con loro. Per esempio, quando nelle Stories ho spiegato i paesaggi nel sogno, ho chiesto agli utenti di inviare la foto di un paesaggio che li faceva stare bene.

Lo hanno fatto con il loro nome e hanno visto i paesaggi postati dagli altri iniziando in qualche caso a interagire: due persone hanno scoperto di essere vicini di casa perché hanno postato lo stesso panorama dalla finestra. Un’altra iniziativa è quella della preparazione del ‘kit emotivo alla fase 2’. Si tratta di un kit di oggetti personali che ci fanno sentire sicuri nell’affrontare di nuovo l’ambiente esterno. Ho postato una foto del mio kit di preparazione alla fase 2 con mascherina, occhiali da sole, agenda e dei roll on calmanti alla lavanda. Poi ho proposto agli utenti di postare le foto dei loro kit”.

Lei ora sta anche lavorando a un progetto scientifico sui sogni…
“Con il professore Vittorio Lingiardi stiamo svolgendo una ricerca empirica sullo studio approfondito dei sogni in lockdown. Si chiede ai partecipanti di descrivere uno o più sogni e compilare un questionario anonimo. Poi faremo un’analisi del sogno e anche dei dati quantitativi: l’età, la situazione lavorativa, sociale, relazionale, anche abitativa e così via. Chiaramente ci sono domande in cui indaghiamo nella dimensione più psicopatologica.

Questo ci aiuta a comprendere anche quali tipi di interventi strutturare in futuro perché anche noi siamo molto incerti su come affrontare questa Fase due. Le sintomatologie ansiose e depressive si stanno impennando e dobbiamo tenere conto della crisi economica. Purtroppo il servizio sanitario nazionale non garantisce, per mancanza di organico, l’assistenza psicologica gratuita per tutti. Quindi ci sono tantissime persone che ne fanno richiesta ma sono costrette a rivolgersi al privato e il privato ha un costo inaffrontabile in un momento del genere. O il libero professionista si fa carico di queste persone, o non potranno avere ciò di cui hanno bisogno”.


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