Verduno, il nuovo ospedale Covid del Piemonte è senza medici: sos alla Protezione civile

Dal fianco della collina l’astronave atterrata tra i filari guarda, oltre il fondovalle, i tetti di Santa Vittoria d’Alba. Cinquecento metri più in basso dovrebbe scorrere l’autostrada. Ma non c’è. Per arrivare all’ospedale di Verduno bisogna inerpicarsi tra le insegne dei poderi di Pelaverga e le promesse di bed& breakfast che il virus si è incaricato di chiudere, insieme a trattorie e ristoranti stellati. Dal suo ufficio al quarto piano il commissario Giovanni Monchiero scruta l’orizzonte: ” Se non mi rispondono da Roma entro stasera, domattina devo lasciarli andare”.

In fondo l’epidemia ha dato una mano ad aprire l’ospedale infinito. Che, tra i tanti, ha un record curioso: ha subito il taglio dei posti letto senza che ci fossero letti.
Ne erano previsti 550, sono diventati 350 prima ancora che si vedesse un solo materasso. Oggi sono ricoverati 50 pazienti covid, 4 in terapia intensiva. Sono confinati in un’area del quinto piano dove ci sono anche i letti di terapia intensiva. In un’altra ala dell’edificio è pronto il reparto di medicina generale: 85 posti letto pronti per essere occupati. ” Certo sarebbero pronti – spiega Monchiero – peccato che manchino gli infermieri e i medici per farlo funzionare”.

La storia, curiosa, è quella dei quindici sanitari spediti il 1° aprile dalla protezione civile di Roma sulle colline dell’Albese. ” Il loro contratto – dice Monchiero – durava tre settimane. La prima per ambientarsi, la seconda per lavorare, la terza per preparare la partenza. Sabato abbiamo già fatto il tampone obbligatorio che precede il rientro”.

Una situazione assurda. Che senso ha prevedere contratti di lavoro di tre settimane come se i medici fossero vendemmiatori pagati con il voucher? Rientreranno tutti? “Ho telefonato a Roma per convincere la protezione civile a lasciarceli. Mi hanno risposto: ‘Queste cose le decide solo Borrelli’ “. Certo se nelle stesse ore il responsabile dell’Unità di crisi, Mario Raviolo, scriveva allo stesso Borrelli che il Piemonte non aveva bisogno di medici, per Monchiero deve essere stato difficile convincerlo del contrario. Ma l’appello alla fine è stato raccolto: in extremis è stata prolungata la permanenza della task force inviata da Roma. Con loro lavoreranno i due anestesisti- rianimatori che rischiano di essere da soli a fronteggiare l’emergenza.

Nonostante le difficoltà, l’ospedale è riuscito a partire. C’è stata una sorta di chiamata alle armi: sono arrivati sette medici d’esperienza, cioè pensionati, due giovani primari e un gruppo di 15 neolaureati in medicina che si faranno le ossa sul campo. “Certo non è stato facile – riconosce Massimo Veglio, direttore generale dell’Asl locale – ma il fatto di essere riusciti ad aprire l’ospedale è un passo avanti importante ” . La previsione, dice Veglio, è che ” tra giugno e luglio ” si possano trasferire a Verduno medici e pazienti degli ospedali di Alba e di Bra. Rianimando l’ospedale nuovo e rendendolo più efficiente. A quel punto l’ospedale di Alba, osserva Veglio, “potrebbe essere riconvertito per fronteggiare epidemie come quella del coronavirus”.

La speranza è che con Verduno funzionante si chiuda anche il lungo capitolo dell’autostrada monca: ” Mancano nove chilometri per Bra e dieci per Alba ” , spiega Monchiero. Fino a quando non saranno realizzati, la meravigliosa astronave disegnata da Aymeric Zubleda, l’architetto francese del nuovo stadio di Parigi, non potrà esprimere le sue potenzialità. I tempi minacciano di essere lunghi come molte cose da queste parti.

La stessa apertura dell’ospedale è stata possibile perché gli avvocati del concessionario e quelli della Regione hanno deciso di sospendere per un attimo il loro torneo legale concedendo ai medici l’utilizzo della struttura. L’autostrada attende da anni di completare i 16 chilometri che servirebbero a unire i due tronconi finora realizzati. “Con l’infrastruttura – ipotizza Veglio – si potrebbe anche immaginare di utilizzare Verduno come ospedale al servizio dell’area torinese. In realtà sarebbe sufficiente meno di un’ora per raggiungerlo”.

Scenari futuri, certo, ma non impossibili. Per il momento si tratta di trovare i medici e gli infermieri necessari ad aprire i reparti. ” Credo che con 40 infermieri riusciremo ad aprire l’area della medicina generale” , spiega Monchiero. In effetti nelle stanze i letti, i comodini, i servizi igienici, sono pronti. Mancano solo i materassi per poter far arrivare i pazienti. Se il commissario Monchiero vincerà la battagia per ottenere il personale medico e infermieristico necessario, Verduno potrà essere l’esempio che voltare pagina si può. Probabilmente uno dei primi compiti che dovrà affrontare la nuova task force nominata da Cirio per riparare agli errori di chi rispondeva alle offerte di medici venute da Roma con l’orgoglio del giocatore di poker: “No grazie. Servito”.



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